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4月18日 non abbiamo mai roseQualcuno la vende così
la canta e fà successo,
ma sono storie, palle o fandonie se preferite.
Ve lo assicuro,
non abbiamo mai rose,
ci si tiene ben alla larga,
spaventati, incapaci e disinteressati.
Lo posso ben dire io, per esperienza vissuta,
che di certo qualcuno subito dirà...." e si vede chiaramente ! ".
Quando ti affacci alla vita, quella vera,
quella fatta di lavoro,
fatta del mondo fuori di casa,
fuori dalla scuola,
ti può capitare allora che, per destino o per scelta,
ti trovi molto e troppo giovane ad attraversare un prato.
C'e' poco di strano in questo, un prato e' sempre e solo un prato,
se non fosse per il fatto che il prato in questione era sito , di là, tra le mura,
alte, antiche e delimitanti molto più di molte altre mura.
Queste mura non raccontano storie di cavallieri erranti o principesse sulle torri,
e neppure di battaglie o eroiche gesta.
Le mura ed il prato dentro di esse, raccontavano di storie che nessuno ascoltava,
storie di occhi persi, di gesti rubati , di parole strampalate , di inconscie sofferenze.
Erano le mura che circondavano il manicomio, nel paese dello smemorato famoso,
quello del film, quello di Collegno,
che io , tutti i giorni, attraversavo almeno due volte.
Erano le mura che nascondevano quelle vite diverse,
così estranee alla realtà,
così lontane dai miei pensieri e che mi raggiunsero da subito,
appena varcai per la prima volta quella soglia.
Già perchè l'entrata era bella, elegante, vera e viva,
con un portone che dava verso la stazione,
grande, in ferro battuto,
quelli che si vedono nelle ville d'epoca,
certamente non fatiscente come il muro.
Daltr'onde quella era l'entrata per infermieri, per i responsabili, per i pochi che venivano in visita;
non chiedetemi di parenti ,
quelli o si mascheravano bene o proprio non si facevano vivi.
Il cancello era lì come a rendere più umana la permanenza di chi ci viveva a tempo determinato,
come se fosse, il cancello, un'icona di distinzione,
un divisorio tra il mondo di tutti ed il mondo fatto a mano,
il mondo di quelli che invece, lì a tempo indeterminato,
vedevano quel tempo fermarsi dopo esser passati oltre il cancello,
dove oltre, per loro, c'era solo il muro.
Tra quelle mura, ogni giorno, potevi trovarci di tutto,
era come entrare per quindici minuti in una realtà completamente sconosciuta,
fatta di rumori, di personaggi, di scene che da nessun altra parte potevi vedere.
E così capitava che nei freddi inverni, quelli di quasi trenta anni fà,
gli inverni dove la neve ancora scendeva e copiosa ammantava anche quello strano mondo,
ricoprendolo con candore e dando una luce tutta nuova e speciale, io,
camminassi immerso nei pensieri e nel freddo,
scrutando ovunque con un pò di curiosità e con molto sospetto.
Capitava che quel teatro proponeva la scena madre, l'atto conclusivo di un capitolo
dove, la protagonista, nuda ed arrampicata sul davanzale della finestra,
discendeva le pareti del casermone tenendosi ad un lenzuolo,
fin giù dove il cencio arrivava,
più giù dove le braccia potevano estendersi,
fino a terra , lasciandosi cadere a sprofondare nella neve fredda e soffice.
L'attrice poi si rialzava e prendeva a correre con gioia ostinata,
scatenando poi una sana voglia di vita e di libertà,
sollevandomi dai dubbi di traumi dovuti alla caduta.
Correva come io che corro non so fare,
correva lei,
correva la sua anima,
correva la sua voglia di vivere.
Correva che faceva invidia per la tanta felicità che lasciava trasparire,
gridando al mondo e a nessuno ogni cosa gli passasse per la testa,
cose a mio udire risultavano prive di senso,
ma che di certo davano a lei le emozioni della sua libertà raggiunta.
I dubbi assalgono chiunque di fronte a queste scene,
ti chiedi qual'è la vera libertà,
se e' fatta di brevi fughe scapestrate o di vite conformate.
E' qui che nella scena entrano altri personaggi,
fra questi Gaetano, che guarda sempre schivo,
sempre dubbioso, forse un pò cattivo dentro.
A lui qualcuno per indagare sul tema libertà, offre l'alternativa,
lo invita ad entrare nel mondo oltre le mura,
al di fuori,
dentro la fabbrica, al lavoro.
La libertà è ben altra cosa, è anche,
perlomeno per Gaetano,
la possibilità di liquidare tutto e tutti rispondendo semplicemente
.... ma io sono matto , mica scemo !
Accidenti, Gaetano, quello che al massimo riusciva a chiedere una sigaretta,
esprime un concetto, chiaro e lineare sulla sua libertà fatta di consapevole follia.
Quel mondo era fatto di personaggi di ogni sorta,
vite e mondi a se' vissute dentro un mondo a se'.
Quello che però più di ogni altro si notava tra quelle mura era Pierin,
un ragazzo, un giovane,
a suo dire di 39 anni,
che sempre col passar degli anni restavano tali, mai uno in più, sempre 39,
e lui pure sempre uguale,
non cambiava mai, un fermo immagine vivente.
Pierin era il nostro pre a porter,
scritto apposta così, non per errore ortografico,
perchè nulla aveva a che fare lui con la moda,
vestito sempre con la sua giacchettina azzurra sgualcita,
i suoi pantaloni blu rattoppati da officina,
le scarpe sempre uguali, sempre quelle in tutte le stagioni,
con due borse di nylon piene di ogni cosa di cui dopo vi dirò.
Lui, il pre a porter in realtà lo faceva,
ci prendeva e ci portava,
era un pò il nostro cicerone, la nostra guida,
il nostro Caronte, colui che ci traghettava attraverso il prato, tra le mura, in quel transito privato.
Così ci aspettava sempre, al cancello,
scendevamo dal treno e lui era li,
con qualsiasi tempo,
sempre con un sorriso devastante, carico di gioia nel vederci,
un sorriso che squartava da parte a parte il viso, vi assicuro, squartava è il termine corretto,
con gli occhi spalancati, grandissimi ,che esplodevano fuori dalle orbite,
con il suo motto di saluto,
..... t'ho visto vaaaa ....... t'ho visto visto visto vaaaaa !!! ......
Emozionato e felice del nostro arrivare,
era per lui impossibile da contenersi tanta felicità,
che esternava mettendo il dito pollice in bocca,
un dito che se ci avessi fatto l'autostop, tanto era storto quel dito,
che un passaggio te lo davano , ma in senso opposto a quello che tu avresti voluto.
E lui mordeva quel dito tra i pochi denti, mordeva e sorrideva,
voleva darti sempre qualcosa e , se aveva qualche lira, cinquanta , cento o duecento per intendersi,
sempre cercava di fartene dono,
sempre carico di quelle borse piene di ogni cosa,
di quele cose che trovava e recuperava qua' e là,
soppratutto la',
dentro la discarica al margine del muro.
Dentro quelle borse ci teneva il suo mondo,
fatto di fogli strappati da alcune riviste patinate,
fatto da pezzi di pane duro che nemmeno i topi lo prendevano in considerazione,
oggetti inutili di ogni sorta.
E poi i tanti boccettini di medicine scadute,
nei quali all'interno, insieme alle pillole lui metteva rimasugli di marmellate,
o per lo meno quello credo fossero,
marmellate che poi, auitandosi con le dita, mangiava !
Forse fa schifo lo sò,
giuro che la serentità con la quale Pierin compieva questi gesti,
semplici , naturali, rendeva tutto ...... elegantemente normale...
con una forma di galateo improvvisato ma efficace.
Te ne offriva sempre .... porca miseria ...... e chi si azzardava !
Lui era immune a tutto,
io no,
alla semplice idea della remota possibilità di avvicinarmi a quei prodotti,
il disordine enterogastrico prendeva in me il soppravento.
Ci ha accompagnato sempre, otto anni nei quali è stato presente,
dal cancello, al muro, dal muro al cancello.
Una volta volle vedere cosa facevamo, noi, al di fuori del cancello.
E con noi venne e vide il treno,
rimase incastrato nei suoi pensieri,
il pollice in bocca, lì , duro come uno stoccafisso,
stregato da quella cosa, con i cancelli che da soli si aprivano e si muoveva per andare chissà dove.
Poi arrivò il mio treno, nel senso opposto a dove era andato l'altro,
lui sollevato e con un sorriso disse che quel coso non era andato da nessuna parte;
in effetti era dinuovo lì a suo modo di vedere,
appena andato e subito tornato;
prima di salire seguii il suo breve ritorno, diligente e pensieroso verso il cancello, tra le mura di sempre.
Non si accontentò,
il suo era un sogno,
qualche giorno dopo salì su quel treno e fece il suo viaggio,
andata e ritorno,
senza biglietto,
senza confini e senza parlare, ne sono convinto.
Non c'erano grandi cose da dirmi, Pierin era soddisfatto di quel viaggio ma senza parole,
tutto ciò che aveva vissuto era lì, visibile dentro i suoi occhi.
Non tutti però,
loro intendo, quelli del muro,
hanno avuto lo stesso magico rapporto con il treno,
per molti prendere il treno era una liberazione,
era letteralmente prenderlo proprio, quel treno,
per dirla meglio era il treno che prendeva loro, in pieno.
Io credo che quel treno per alcuni di loro, era il momento di passaggio tra il loro mondo ed il nostro mondo,
un momento che in un qualche breve sprazzo di lucidità raggiungeva alcuni di loro,
e loro, presa coscenza della torbida realtà e di quella strana vita dentro il muro,
quel treno risultava il modo più semplice,
per chiudere il conto con un destino a casaccio.
Pierin ebbe dalla sua la fortuna di essere sempre felice,
illuminato sempre da poca lucidità,
ma raggiante dei sorrisi che dispensava senza sosta.
La sua storia finisce con la mia storia, finisce quando la mia strada mi portò altrove.
Ma come tante volte diciamo, chi non muore si rivede,
e così , molti anni dopo, ero seduto ad un tavolo in una trattoria nei pressi di Collegno;
ormai eravamo negli anni in cui i manicomi erano stati chiusi, anzi, aperti al mondo.
I tempi in cui quelle vite non erano più vissute tra le mura , sul prato oltre il cancello,
molte vite di quelle non erano neppure più vite,
il treno se le era portate via,
ma la coscenza, un la morale e molto spirito di volontariato avevano formato nuove forme di assistenza, di cura,
quelle fatte di alcune persone che accompagnavano queste vite per mano per farle vivere a cielo aperto.
E allora capita che mentre mangi, da solo in quel posto,
alzi gli occhi e vaghi con lo sguardo tra i tavoli,
dove vedi molto di niente e forse alcune facce note,
le facce di quelli che sovente come te, passano, e di fretta mangiano e spariscono.
Tra quei tavoli, seduto in compagnia di altre persone,
raggiunsi uno sguardo raro e conosciuto,
uno sguardo che ostentava la voglia di un saluto,
il desiderio di un farmi un segnale con il pollice,
la gioia irrefrenabile di un ritrovarsi impensato.
Non avevo con me nemmeno una rosa,
e come non avevo rose non ebbi il coraggio di affrontare quell'incontro.
Restai li,
questa volta toccava a me,
lì, fermo, immobile,
chiuso tra le mie personali mura,
dentro ad un prato arido, incapace di un solo movimento,
guardando, da dietro al mio cancello, quella persona così unica e speciale
che di certo non si aspettava una rosa,
ma a cui spero perlomeno,
di aver regalato un incontro breve e sincero fatto di un solo sguardo.
4月6日 invasioni mentaliProprio me lo devo.
E' una cosa che da sempre mi dico devo fare,
provare a scrivere di ciò che provo in certi momenti,
in certi miei momenti di affollata solitudine.
Di certo pare demenziale una simile affermazione, ma,
come diceva quello la'... tutto è relativo !
Se si conoscesse a fondo i limiti della mia persona,
della mia mente,
potrebbe essere più chiaro il concetto di affollata solitudine.
Niente di filosofico o di analitico,
solo l'ambizione di voler tentar di metter su carta, si fa per dire ,
alcune emozioni che provo, oggi,
alle soglie del mio primo "cinquantennio" di residenza terrena.
Mi capita sempre così, un po per caso,
infilo un paio di scarpe e vado a correre,
con qualsiasi tempo,
a qualsiasi ora,
capita sempre quando mi spingo, correndo, nei luoghi che conosco.
Di per sè non è la corsa,
ma questo muovermi nella solitudine che mi circonda,
riporta alla mia mente, immagini intime di quei luoghi,
che sono poi le immagini della mia infanzia .
Impossibile calpestare quelle strade di campagna,
entrare nelle ombre delle montagne o della Sacra senza immergermi nei ricordi di bambino,
quando, con la bici da bersagliere del nonno,pesante e con i freni a bacchetta,
attraversavo la ferrovia sollevando la bici,
e pedalavo, prima giù per la discesa poi a predifiato lungo quelle stradine,
fatte di polvere , buche, urla e risate,
fin sotto ad alberi giganteschi,
a rubare....pardon ...alla maroda delle ciliege.
Corro oggi,
corro come allora,
le strade son sempre li,
di buche e di polvere,
ma quello che manca al paesaggio sono quegli alberi,
tagliati per far spazio ad alberi più giovani, in una ruota esistenziale inarrestabile.
Mi domando come farebbe oggi il contadino a micacciarci con la forca,
minacciare noi bambini, ladri in bicicletta,
intimandoci di scendere per scontar la pena di avergli mangiato le ciliege...? chissa'....
E passo accanto al fiume,
Dio....fiume,
fiume forse allora,
oggi niente di più di una piccola bealera,
niente di più di un canaletto per poca acqua, apparentemente limpida...ma solo apparentemente.
Ieri , nelle mattine, scappavamo di casa,
a piedi questa volta,
di corsa con gli stivali,
sempre grandi perchè del nonno,
che lui una parte nella mia vita l'ha fatta sempre,
stivali ai piedi e una fioccina tra le mani,
prodotto artigianale, fatta da noi,
un bastone di nocciolo e una forchetta da cucina rubata alla mamma,
per calarsi dentro l'acqua, che allora era limpida e pulita,
ma quel che più ci interessava,
era piena di pesci...
Ricordo bene il freddo dell'acqua quando,
troppo profonda o noi troppo piccoli,
riempiva gli stivali, che diventavano di colpo pesanti,
ingombranti, per risalire la corrente,
impossibili, per rincorrere le trote,
impresentabili, per i piedi del nonno .
E più giù, a valle, rivedo il ponte,
una lastra di pietra a dirla tutta;
messa lì di coltello tra le sponde ad un paio di metri dall'acqua.
Un paio.... io ricordavo un paio di metri,
oggi quel ponte sembra a pelo d'acqua,
e dubito,
il letto del fiume si e' alzato ,
la lastra è scesa,
probabilmente i miei occhi han cambiato modo di vederla.
Ci si passava sù dapprima a cavalcioni,
che mica era semplice lo stesso,
la lastra era stretta ed il nostro sedere piccolo,
fino a che poi, cuori impavidi,
ci si provava, armati di spirito circense, ad attraversarla da in piedi.
Che poi, dico,
dall'altra parte c'era nulla o poco più,
tanti alberi ,alti,
un bosco di acacie con spine della malora,
le lumache,quelle sì, tante,
che quando pioveva e c'era il temporale,
erano da raccogliere per nonno, lui c'era sempre nei boschi.
E lì, in mezzo al bosco,
la casa del "mulitta", o così dicevano,
una casa piccola, fatiscente e solitaria
dalla quale alla larga ci tenevamo,
chissà cosa nascondeva,
di lui comunque, del mulitta, mai visto traccia !
Il fiatone mi riporta alla realtà,
per fortuna ai piedi non ho gli stivali,
il nonno se ne e' andato,
con lui i suoi stivali e non solo,
posso correre e guardare questi boschi di alberi alti che mi circondano,
e mi circondavano anche allora, quando, con Sandro, si guardava la televisione,
che ci mostrava le immagini dei grandi boschi Canadesi,
dei grandi fiumi Canadesi,
dei grandi boscaioli Canadesi.
Tutto diventava scontato, semplice, ovvio,
al punto di partire, in un pomeriggio di sana emulazione,
alla ricerca dei nostri grandi boschi,
dei grandi alberi,
del grande fiume....... in pratica la solita bealera .
E li , sul fiume, io e Sandro,
trovare guardacaso proprio una serie di alberi,
tutti uguali, dritti e alti abbastanza,
per essere degni della nostra boscaiola attenzione...
CADEEEEEE gridavamo...
più che altro caddero tutti,
uno dopo l'altro, tagliati alla "nostra altezza",
sfrondati e messi a navigare giù per il fiume,
come in Canada,
che poco più a valle, uno ad uno, i tronchi intendo,
incagliandosi si intrecciarono a formare una diga degna di scherzosi castori Canadesi pure loro.
Non credo che alla sera,
nelle case dei boscaioli Canadesi, qualcuno bussi e presentandosi ,
reclami per il taglio di piante non autorizzato.
Ma capita,
qui capita che la sera stessa tu sei a tavola con i tuoi genitori,
qualcuno bussa alla porta di casa,
nella fattispecie trattasi del proprietario dei pioppi,
con nessuna attinenza al Canada, molto piemontese,
il quale riportando il falcetto che neanche a dirlo era del nonno,
senza alcuna esitazione e vista l'altezza di taglio,
indiviudia al volo il responsabile del malfatto.
Ha mia discolpa,vostro onore,
devo dire che a me pareva proprio un lavoro da professionisti,
tutti alti uguali, i monconi.
E poi quante storie,
han le radici e di certo ricresceranno...
Non ricordo il costo ma ricordo che il babbo non era proprio entusiasta del mio lavoro.
Intanto scorrono immagini e luoghi della mia infanzia,
come la pellicola di un film già visto,
passando di fronte alla casa di Sandro,
il canadese per modo di dire,
sempre lui,
presente come il nonno, come il fratello mai avuto.
La casa ed i giochi con la bicicletta,con i pattini a rotelle,
di canzoni ascoltate nel primo mangiadischi, azzurro,
e le immagini di Laura,
Laura che attraversa la strada,
Laura con il "barachin" del latte,
Laura che vola in aria e il barachin che cade a terra,
Laura che a terra ci rimane,
e i miei occhi che a otto anni non possono vedere Laura immobile
ed il suo barachin del latte , vuoto.
Ma quella casa è molto di più delle sole immagini,
è la casa dei profumi per la festa di S. Pietro e Paolo,
la festa del paese,
delle giostre e del profumo dei tigli in fiore.
Era il tempo quello dei "canestrei",
il dolce tipico della festa,
fatto di farina di mais, di uova, di limone vaniglia e zucchero.
Fatto dalle mamme,
che miscelavano e impastavano le dosi giuste degli ingredienti,
fatto dalle mani di noi bambini che, di quell'impasto, dovevamo farne tante palline,
con quell'impsto che ti si appiccicava alle mani,
che era cosi' buono anche crudo,
che era normale leccarti i palmi,
tra una pallina e l'altra che poi venivano cucinate sul forno a legna,
nel ferro, raro e unico, piccoli biscotti a forma di alveare .
Allora,
tra la casa di Sandro e la mia,
dove al piano di sopra abitava anche il nonno,
c'era un prato, che di suo aveva il difetto di essere un metro piu' basso di tutto il resto;
il difetto che quando pioveva, si riempiva fino all'orlo regalandoci un lago tutto per noi.
Non e' che ci si perdesse molto, noi, in televisione o play station,
noi la fantasia era una questione di genoma...
come direbbe una pubblicità.....tutt'intorno a noi!
Ed allora cosa ci vuole, prendere due fusti di quelli per l'olio delle fabbriche,
quattro tavole rubate al nonno
e qualche cordino.
Metti le assi sui bidoni, li leghi con i cordini e la zattera e li...pronta per il varo..!
Che successo !..
MAMMA...gurda...navigliamoooo !
Io e Sandro ovvio !
Ricordo che mia madre, alla vista di quanto sapeva gia' sarebbe successo,
si limitò a chiudere la finestra, con calma,
senza nessun urlo senza alcun ammonimento .
Ricordo chiaramente che quei benedetti nodi ,
fatti per unire assi e bidoni,
con la stessa calma con cui madre chiuse la finestra,iniziarono a slegarsi,
con noi, li sopra, ad arrancare per evitare il naufragio.
Difficile fù evitare la caduta,
impensabile evitare di mettere i piedi a terra,
impossibile non inzupparsi fino al collo.
Ma lì, al di la del prato, c'e' la mia casa.
Ci si abitava in sei famiglie,
gli orti intorno, il campo da boccie,
e quella finestra al piano centrale, dove abitava mio nonno.
Lui sedeva spesso li, nel cucinino a quella finestra,
alla domenica, quando preparava le tagliatelle tirate a mano,
da cucinare nel brodo di gallina,
e di questa ne spartiva i pezzi più nobili,
in una sorta di happy houre casereccio.
Ed era un rituale carico di forti legami quello che si viveva,
così importante per lui, tanto sentito e tanto appagante.
Condivideva questo momento con il figlio più anziano, mio zio , al quale toccava il prè, lo stomaco.
All'altro figlio, cioè mio padre, toccava una delle "sate" , una zampa.
Lui, nonno, si riservava la cresta, forse a simboleggiare il capostipite, l'anziano,
e poi c'ero io, l'unico nipote, che al solo scrivere queste parole, gli occhi mi si lucidano.
A me toccava l'altra sata", ero il figlio del figlio giovane, quello a cui toccava questa parte...vuoi non darla pure a lui ?
Bollenti, con il sale sopra,
che di per sè, a dispetto del pensiero, erano buoni.
Ma il buono, quello vero,
era dentro il messaggio che accompagnava il momento di questa magica e povera spartizione.
Il nonno era li' per tutti noi , parti uguali e nobili della sua esistenza,
per noi si divideva e a noi si univa in un gesto semplice ma unico.
Non so' se riesco a trasferire quelle emozioni, non credo,
questi gesti , forse cosi' banali,
forse cosi' insignificanti per molti,
hanno radicato dentro di me una sorta di perpetuo rispetto per quell'uomo,
quell'uomo di cui la storia non vi racconto,
ma che è parte integrante della mia storia,
entrato con gesti semplici, con parole colme di sapienza
raccontate stando al davanzale di quella casa sugli orti.
La fatica della corsa mi risveglia dai pensieri,
in un sorriso dagli occhi lucidi, e mi dico fortunato,
Dio che esperienze, che sapori questi ricordi,
la vita và proprio vissuta , non passata,
vivere di momenti intensi che valgono come tutta una vita.
Oggi poi che non vedi altro che noia ed insoddisfazione negli occhi di chi,
non per colpa sua , ha tutto o quasi.
Ma forse ,
mentre corro mi dico, non e' colpa loro,
siamo noi, le nostre generazioni ad aver sbagliato tutto,
sterili, non siamo riusciti a creare qualcosa su cui poter aggrappare dei valori veri,
qualche valore basato sulle cose semplici
magari anche solo legato ad una zampa di gallina o confuso in un turbinio di ricordi,
di cui a volte ti ritrovi affollata la mente ,
mentre corri.
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