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5月29日 SintonieQuelle poche volte che riuscivo a sorprenderlo
era per via del suo smisurato appetito.
Mi sedevo sui travi della staccionata e aspettavo.
Forse era solo un'impressione mia quella di non essere visto o sentito,
ma di certo era bello sedersi lì attendendo in silenzio il passaggio di quei pochi istanti che mi dividevano dall'incrociare gli sguardi .
Allora capitava che, da chino sul pasto e senza scomporsi più di tanto,
voltasse la testa verso di me, da sotto,
con uno sguardo simile a quello che i dottori usano fare per evitare gli occhiali poggiati sul naso,
venisse a cercare i miei occhi.
Muoveva poi lento verso di me, quasi sempre prendendo prima un boccone,
così tanto per il viaggio,
senza tanta fretta mi veniva incontro, fino a poggiarsi con il naso al mio volto,
annusandomi e aspettando che io soffiassi sul suo naso.
Si, gli soffiavo aria nelle narici,
era un saluto un pò più nostro, più intimo,
in genere era per lui l'occasione per lasciarsi andare ad uno snapping,
un sorriso di piacere a labbra sollevate,
che devo essere sincero, ricordava molto quello di Pierin,
colmo del piacere per l'incontro e con la dovuta dose di ruffianaggine per l'eventuale compenso alimentare.
Appoggiava la testa su di me, spingendo mentre io gli "stropicciavo" la testa con le mani,
quasi diventava una nostra una danza,
una specie di minuetto dove prima lui spingeva indietro me e poi io tentavo di spingere indietro lui.
Si soffermava poco, quel tanto per farsi capire, per dirmi tutto,
poi l'appetito prevaleva su ogni tipo di esternazione affettiva
e con lo stesso passo con cui era venuto tornava a mangiare.
Credo proprio fosse una specie di mia reincarnazione,
un mio alter ego animale tanto eravamo simili, da subito in sintonia,
dal momento che mi si parò di fronte con la testa mentre passavo tra i box di un commerciante,
guardavo, cercavo e non trovavo mentre qualcuno parlava e consigliava,
ma l'oste, quello del destino, aveva in serbo il conto migliore che mi potesse presentare.
Non sai cos'e' un cavallo fino a quando non impari a guardarlo con i suoi occhi;
e' un mondo a se' stante, immerso in un turbinio di pensieri dei quali a volte ti rende partecipe,
questo avviene solo se esiste una simbiosi animale, naturale, di sangue,
quando il gioco e' quello dettato dall'essere e non da i ruoli.
Lui in questo era maestro, lo era per me almeno,
capitava che nelle mie sere di tempesta mentale,
quelle in cui la vita non ti và giu' nemmeno con la dolce euchessina,
io cercassi la sua presenza attardandomi fino a notte fonda, solo per accarezzarlo,
abbandonado i pensieri o forse condividendoli,
di sicuro, sempre, tutte le volte ne uscivo ristorato, rinfrancato, calmo dentro.
Con un amico ci parli, ammesso che questo ti ascolti veramente,
lui risponde e dice la sua, ammesso che ne sia capace,
questo diciamo e' il logico gioco delle parti,
qui, in questo gioco invece, entra in ballo un tipo di comunicazione muta,
fatta di sguardi, fatta di respiri, fatta di movimenti.
Assecondavo quella sera il dolore della cavalla,
preda degli spasmi di un tumore che la stava portando via,
le parlavo, appoggiato al muro del suo box,
lei guardava, appoggiando la testa al mio torace,
spingeva con forza su di me nelle contrazioni che diventavano piu' frequenti.......
(........pausa da groppo alla gola......)
aspettavo, io che sapevo ... ma forse anche lei sapeva,
l'arrivo del veterinario,
avevo deciso di non farla più soffire,
(....passeggiata diversiva.......)
deciso io,
io per chi ?
Io boia o io misericordioso? Io perche' io ?
E stavamo lì, abbracciati come due amanti,
io con lo sterno distrutto ed il cuore che un pò moriva con lei,
lei che a volte cedeva sulle gambe,
spingendo contro di me continuava la sua lotta.
Poi un ago la fece cedere ad un sonno forzato,
il respiro si calmo', quasi naturale e spontaneo .
Il tempo di rilassarla,
il tempo per mascherarle la scena,
per nasconderle il passaggio,
ed un secondo ago arrivò a darle il sollievo dal dolore,
spalancando però un'ultima volta gli occhi,
grandi e marroni,
fissandomi in modo cosi' intenso, profondo,
ad impressionare con quell'ultimo sguardo,
il mio eterno dubbio di essere stato il boia o l'amico.
Emozioni indefinibili di momenti unici condivisi tra dolore e sintonia,
sentirti parte di lei,
lì a malapena in piedi quella sera, ad aspettarti per l'ultima volta,
ad aspettarsi un sostegno,
forse anche ad aspettare quelle ultime parole dette sottovoce, perchè fossero piu'..... nostre.
Piangere abbracciando il collo di un cavallo non e' cosa da uomini veri,
ma e' stata una cosa vera di un uomo debole,
un cosa che è diversa dal semplice affetto o attaccamento,
quell'emozione che vive solo nella sintonia.
Lui invece stava lì, fermo nel suo box a guardare il corpo della cavalla steso a terra,
gli occhi fissi a leggere quell'immobilita anomala,
a sopporotare me appeso al suo collo.
Ritmicamente distoglieva lo sguardo e in qualche modo mi spingeva con la testa,
allontanandomi quel tanto che bastava per potermi soffiare e odorare,
poi tornava a guardarla e ricomincava da capo la danza.
Sintonia vuol dire essere un tutt'uno con l'altra parte,
e tra noi era questo e molto di più,
era nel suo modo di ringraziarmi dopo averlo strigliato e pulito,
girando la "biava" per rimettere sulla sua pelle tutta la polvere che io con pazienza avevo tolto,
o nei caldi giorni d'estate, fare la doccia insieme,
sotto un getto d'acqua sempre piu' fredda,
quasi nascosto nella schiuma che ogni tanto condivideva con me,
semplicemente scrollando testa collo e la criniera zuppa.
Sintonia era nei tardi pomeriggi d'estate,
quando in pantaloni corti,
solo io, lui e le redini,
quelle giusto per tenermi,
salire ed andare a correre nei prati, per le stradine di campagna,
le stesse che adesso corro da solo,
a correre per ore,
lasciandolo libero nel suo puro piacere di correre,
fino al tramonto del sole che si stampava nei nostri occhi.
Vitale nella forza ed elegante nel gesto,
tanto che lo sentivi sulla pelle,
nel contatto tra le mie gambe ed il suo corpo,
pelle su pelle,
sudore su sudore,
forse un pò cuore su cuore.
Era pura voglia di liberare l'istinto quello che gli si leggeva non appena io,
io e solo io a detta di tutti,
a detta di mio nonno, che di quel "cavajn" da sempre mi aveva narrato,
salivo su di lui.
Allora scoccava una scintilla particolare,
il cavallo che prima era..... sonnecchioso, un pò moscio, apatico a vedersi,
cambiava atteggiamento,
alzava il collo,
incollava la testa ad esso,
forse si accorciava anche un pò,
diventava un tutt'uno di muscoli, fierezza ed eleganza,
sul collo risaltava in contrasto con il mantello rosso chiaro,
una criniera lunga, biondissima, quasi bianca,
che nel suo correre sembrava diventare una bandiera, un vessillo al vento.
Si muoveva in maniera diversa,
esprimeva un portamento superiore, quasi distaccato,
anche nello stare fermo,
gli occhi attenti, scrutavano ogni gesto e ogni movimento intorno.
Nascondeva senza riuscirci per altro, una serie di paure inconscie,
paure dovute alla sua natura, alla sua origine.
A lui, nato nelle pampas Argentine, alcune cose risultavano totalmente sconosciute,
arrivato da noi come carne da macello,
riportato alla sua maestosa essenza per volere del suo ....oste,
diffidava delle cose più banali come un tombino o le strisce pedonali,
a volte anche solo per le pozzanghere d'acqua piovana.
Allora si "ripiegava " su se stesso,
mi ritrovavo con un cavallo in curva,
contorniva quegli ostacoli evitando di passarci sopra,
chissà cosa ci vedeva dentro.
Una cosa però non la dimenticava mai, la sua fame perenne;
per la campagna non esisteva stagione in cui non ci fosse frutta sugli alberi che lui ignorasse,
anzi, me la faceva vedere, la segnalava,
allora condividevamo anche quel momento in completa sintonia;
mentre lui camminava io raccoglievo la frutta, poi, quando riuscivo la dividevo e gliela porgevo,
altre volte, come con l'uva, raccoglievo e mangiavamo a turno,
mettevo sul palmo della mano la frutta e lui girava la testa e mangiava lì sul palmo.
Le mani dopo un pò erano ridotte in uno stato pietoso, intrise di tutto e di più,
come quando mangiavamo l'anguria insieme, era invedibile,
si sbrodolava fino alle orecchie e se la godeva di gusto regalandomi vistosi cenni di gradimento.
Sintonia è una sorta di magia senza fine,
nasce per caso, nasce e non ha tempo,
tra le dita le carte si muovono appaiono e scompaiono,
ti ritrovi ad incrociare dopo anni quegli occhi che d'incanto riappaiono liberi in un prato,
quel mantello è un pò meno rosso, qualche pelo bianco, irriverente ed anagrafico e' comparso.
Allora fermi la macchina sul ciglio di una strada,
non fai tempo a scendere,
ti accorgi che lui è già li, allo steccato ad aspettarti,
l'età deve averle tolto un pò di appetito per essere già arrivato,
di certo non gli ha tolto i ricordi,
mi saluta, spingendomi con la testa, come sempre, come tra di noi
(........ripausa da rigroppo alla gola......)
ricambio e gli soffio nelle narici ,
abbassa la testa per farsi stropicciare ancora una volta,
lo bacio in fronte (...ora piango proprio , che ci posso fare.... )
mi allontano e salgo in macchina.
Ci trovo due persone, le due colleghe che erano con me in giro per lavoro,
entrambe gli occhi lucidi,
una piange proprio e mi domanda ......" chi era ? "
" chi e' " dico io
" lui e' il mio cavallo "....
...... saranno solo semplici sintonie ? ......
5月24日 Coppa delle cento ghinee" CHI E' IN TESTA ? "
" AMERICA "
" E CHI E' SECONDO ? "
" NESSUNO MAESTA ! "
il secondo equipaggio arrivo con piu' di 14 minuti di ritardo.........
5月8日 ....e via di culinaria !....cari lettori , cari fans e cari baldini !
da oggi ho pensato di colmare le vostre lacune e regalarvi perle di saggezza gastonomica.
Contenti ?...non ve ne fotte un bip ?....bene
parliamo oggi di un paio di ricette floreali per una serata primaverile..
Andate a farvi ....ehi non pensate male...
andate a farvi una bella passeggiata per i boschi .
In questo periodo troverete, appesi ad allegri alberelli dai rami spinosi,
fiorellini bianchi a grappolo simili al glicine.
Coglieteli con dovizia e maestria, stando attenti alle apine golose del bianco fiorellino,
se avete l'accortezza di raccogliere quelli aperti ma non troppo avanti nella fioritura e' cosa buona e giusta.
A casa mettete i grappolini in acqua pulita e fresca eliminando cosi' polveri e fastidiosi animaletti
che potrebbero risultare inutili alla riuscita del piatto.
Asciugate i grappoli su un panno e successivamente liberate i fiori dal rametto che li unisce.
Preparate un brodo vegetale con poca cipolla, una mezza carota e un cenno di sedano, questi profumi devono essere marginali.
Nel contempo in casseruola di alluminio fate sciogliere una noce di burro, un filo d'olio d'oliva con una grattatina di cipolla..pocaaaa !
Ora saltate .... non e' un corso di aerobica... saltate nel tegame il riso , un pugno per ogni commensale.
ndr. .......... non cuciniamo per una mensa aziendale ...
Bagnate il riso in cottura con il brodetto che avete amorevolmente preparato .
Ora, prima che il vostro riso sia cotto a puntino, aggiungete i vostri preziosi fiorellini senza lesinare ...giu' ! una bella badilata.
Non più di un minuto mi raccomando..... il profumo deve essere esaltato, non fatelo svanire nell'aire !
Servitelo caldo con qualche fiorellino , crudo sopra a decoro e innaffiate il tutto con un bicchiere di Traminer .....
EHI ...dove andate?...ho detto due ricette...non una...tornate a casa banda di Lassies che altro non siete.
Mentre gigionate a dritta e a manca nella preparazione del risotto potete dedicarvi ad un antipastino propiziatorio.
Prendete un uovo a testa per ogni commensale, se siete in tanti e avete bisogno di telefonare all' AIA il nro verde e' 1085777
Dopo averlo aperto e separato dal guscio, la parte esterna dell'uovo, versate il suo contenuto gelatinoso in una ciotola.
Con frusta (niente catene e armenicoli vari) e usando il polso rotativo in senso orario sbattete le uova aggiungendo un pizzico di sale.
Portate a temperatura un filo d'olio dentro una padella antiaderente, versate dentro le vostre uova e aggiungete i fiori di acacia.
Girate un paio di volte la vostra frittata e servitela calda come antipasto.....prima del risotto.....
se non vi aggradano i fiori di acacia , potete sempre optare per i papaveri......effetti collaterali a vostro rischio...
BUON APPETITO...
hanno rubato un'angeloE' inutile cercarli,
vai a zonzo tra fantasia e realtà,
con un identikit in mano che sà di vuoto,privo di tratti, di linee,
con un'immagine di ciò che vorresti
ma che non sai da chi cercare.
Già, non siamo angeli,
ma ognuno di noi, almeno una volta nella vita,
ha sperato di averne uno dalla sua,
uno che ci avvolga di protezione tra le sue ali,
uno che quando ci sentiamo a terra e più giù ancora,
possa sollevarci in alto, così in alto,
da farci rivolgere lo sgurdo in basso per vedere il paradiso.
A volte capitano nella vita incontri che hanno tra le righe delle parole,
nei gesti o negli sguardi,
la sensazione di un'eterea alata presenza, della quale,
se non sei distratto dalle tue continue rincorse terrene,
riesci ad afferrare le sfumature e a farne cosa tua, dentro,
lasciandoti con il dubbio sapore dell'avvenuto incontro.
Ma gli angeli, hanno vesti sconosciute all'apparenza,
li cerchi per tutta la vita, senza vederli,
incapace di scindere il tuo volere dal loro essere.
Poi, un giorno dal puzzle qualcuno toglie una tessera,
di colpo la realtà si dichiara e rende ai tuoi occhi una visione nitida,
lo spazio vuoto prende forma,
li dove prima era, ora manca qualcosa.
Me l'hanno rubato il mio angelo,
l'hanno rubato alla mia storia,
l'hanno rubato alla mia esistenza,
l'han rubato al mio domani,
al mio domani che e' fatto di un bimbo al quale di quell'angelo posso solo parlare,
di un bimbo al quale han negato la fortuna di poter conoscere quell'angelo.
Io che bimbo ho seduto sulle ginocchia di quell'angelo,
lì con lui al davanzale di una finestra,
la finestra della "storia accanto",
nei giorni piovosi, quando giocare fuori era impossibile,
quei giorni dal tempo eterno, infinito,
giorni in cui quell'angelo, raccontandomi le sue storie vissute,
riusciva a far girare più in fretta le lancette dell'orologio.
Storie di vita vera,
di vita sofferta ma dalla dignità oltre i limiti,
una vita fatta di poco o meglio di niente e di grandi sacrifici,
fatta di famiglia, di moglie e di figli,
fatta di lavoro duro, quello della cava,
fatta della guerra, la prima,
vista dagli occhi di un bambino nella paura e senza angeli a cui aggrapparsi,
della seconda di guerra,
vista dagli occhi di un uomo spaventato e con angeli a casa, nella paura.
Stavo li', sulle sue ginocchia,
con lui che mi raccontava della sua vita,
entrando dentro a quelle storie come si entra dentro al cuore di una persona amata.
Sembrava avesse di fronte tutto di quelle storie,
raccontava con tale intensità da entrarti nell'anima,
ritagliandosi uno spazio della sua vita, nella tua vita stessa,
come l'innesto di una gemma in un albero ancora giovane e sterile.
Lui era tutto un racconto,
la sua storia passava dai suoi pensieri,
era nelle sue parole e nella sua carne;
ricordo bene quanto fossi incantato dalle sue mani,
non era la forma o dimensioni,
quelle mani sapevano di vero,
ci si leggeva sopra la capacità di fare qualsiasi cosa.
Da bambino passavo molto tempo con lui,
d'estate sotto il sole cocente,
nel prato di fronte a casa
mentre lavorava la pietra.
Questa era la sua arte,
l'arte imparata nella povertà,
l'arte fatta di fatica e di stenti,
l'arte della fame e della polvere.
Ma è anche l'arte fatta del nobile suono dell'incudine dove lui forgiava gli utensili,
le sue punte e i suoi scalpelli che diventavano poi,
quasi una sua appendice,
le metteva a temprare nel fuoco della forgia che io,
tenevo vivo girando il vortice.
VRRRRRRR VRRRRRRRR VRRRRRRRR
un'altro suono,
il suono del crepitio del carbone ardente con il suo profumo, strano e penetrante.
Picchiava il martello su quegli utensili,
appoggiati sull'incudine,
nel modo giusto, mica a caso,
nel modo che la forma era cosa semplice da far venire,
quasi ovvia,
nel modo che quel picchiare era musica, di nuovo altri suoni,
in successione precisa e cadenzata,
come se quel martello fosse bacchetta in mano ad un direttore d'orchestra.
La passione di quell'arte si leggeva negli occhi di qull'uomo mentre lavorava,
lì, al sole, su quelle lastre di pietra di Luserna,
calde, che con ai piedi i sandali sopra non ci stavo,
calde, che le mani tenevo ben lontane.
Lui invece queste cose sembrava non sentirle,
forse che con gli scalpelli si forgiasse anche le mani,
e con le mani teneva le lastre, e le scrutava,
come un marinaio scruta il mare in cerca del vento,
cercava in esse la vena,
la sua giusta rotta che poi seguiva,
mettendo gli scalpelli, uno in fila all'altro, nel punto preciso,
picchiando nuovamente su ognuno di loro,
con altra cadenza e precisione,
con ordine preciso e forza calibrata,
sino al momento in cui, senza parole magiche,
con una serie ti scricchiolii le due parti si dividevano,
nette, come coltello che taglia il burro.
E io restavo lì,
a bocca aperta,
tanto che le schegge e la polvere di pietra vi entravano dentro e io neppure me ne accorgevo,
incantato da quei movimenti, da quei gesti,
da quella danza sugli scalpelli,
dal battere dei vari martelli alternati,
secondo un ordine casualmente prestabilito,
fino a quando sugli scalpelli, un giorno, fece picchiare me,
con il martelo più grande di me,
con la mia mano dentro alla sua a guidarla,
a darne forza e precisione,
a proteggermi dalle schegge,
a regalarmi un frammento di gioia di quell'arte.
Ma non aveva neppure lui mani per tutti,
quel giorno non tenne le mani sulle mani di suo figlio,
troppo grandi e troppo esperte non avevano questo bisogno,
non aveva quella scheggia altra strada da farsi nel suo cammino,
che incrociare la rotta sbagliata chiudendo la storia di quell'arte,
chiudendo il conto con il destino,
togliendo la vista e lasciando il marinaio senza rotta e senza vento.
Quelle mani potevano ogni cosa,
ed ogni cosa che facevano era fatta ad arte,
la famiglia era dentro quelle mani,
una famiglia fatta ad arte, e lui, per la sua famiglia ci viveva.
Come d'estate, quando le mani,
dure e forti che avevano lavorato la terra e raccolto i suoi frutti,
diventavano agili e sensuali nell'impastare la farina,
nello stendere l'impasto con il mattarello,
nel preparare " e tajadee " da mangiare nella sua pasta e fagioli,
che preparava lui stesso come in un rito,
con profumi così intesi da riempire stanze e cortili,
ed in quei profumi , in quel rito, lui coinvolgeva e riuniva tutta la famiglia.
Insieme, intorno ad un unico tavolo,
rotondo e troppo piccolo per farci stare i piatti di tutti,
che diventava grande per sostenerci l'anima che lui metteva su di esso,
l'anima che esprimeva in quel pasto di gente comune,
nelle sue conosciute e ripetute parole,
nel puro commosso piacere che gli si leggeva negli occhi per averci lì con lui .
Ed io passavo il tempo e crescevo,
con lui , lì a quella finestra,
con lui che mi ripeteva la sua promessa eterna,
quel regalo ambito ed irraggiungibile,
quella frase che risuonava alle mie orecchie con la sua cadenza dialettale.....
... quando che ea te sarè pi grandin ea te catarò un cavajn "...
quel cavallo e' cresciuto dentro me,
pronto a materializzarsi e a darmi forza,
pronto a spronarmi alla sola vista di quegli occhi profondi che sorridevano per i miei sguardi incantati !
Era lì, tutto compreso in quell'essenza fatta a uomo,
ciò che io volevo diventare,
l'uomo che avrei voluto essere
aggiungendo con cognizione aggiornata,
l'uomo che non sarò mai.
Tutto lì nell'essenza, in quell'anima,
ma si sà, l'anima non paga,
l'oste distratto porta sempre il conto al tavolo sbagliato.
Ed il conto è pesante,
non è più una guerra da sopravvivere,
non è un campo di deportazione da cui scappare,
non è fame o fatica,
il conto è fatto di un letto d'ospedale,
un ospedale dai i muri alti grigi e antichi
di un lenzuolo bianco e immobile,
che tra una piega e l'altra nasconde un corpo che non c'è più.
Il conto fatto di sguardi che si incrociano attorno a quel letto,
di parole sussurrate e nascoste,
è dato di fatto quando il sommo saccente,
traccia l'ultima rotta, verso casa, per l'attesa,
per l'arrivo all'ultimo porto.
La casa non è più la finestra sull'orto,
è una stanza in penombra,
è un letto più vuoto dei giorni vuoti nell'attesa.
E io aspetto inerte,
cammino scorrendo nel tempo, portando nei giorni i miei passi all'interno delle mura,
le mura di Pierin per intendersi,
tanto sono altrove con il pensiero che anche lui intuisce,
è questione di giorni mi dico e disse il sommo al capezzale,
aspetto,
Pierin è li , tra le mura,
pronto a compiere uno dei suoi miracoli
rubandomi un semisorriso con il suo ...tho visto vaaaaaa !
...altro che rose !
Ma i miracoli non sono come i sogni,
non muoiono all'alba,
anzi te li ritrovi di fronte al tramonto.
Così capita che ritorni a casa, dal lavoro,
assorto nei pensieri di un'attesa,
con le stesse immagini di ogni sera,
nell'orto, una forma conosciuta e stilizzata ti sorprende,
lui è lì ,
sotto la finestra,
lì , con una zappa in mano,
come se fosse una cosa normale,
risaputa e naturale,
lavorare la terra semplice come cambiare il corso di una storia quasi scritta.
Mi rendo conto che le storie di questi angeli non si scrivono mai completamente,
non abbiamo mai abbastanza fiato per raccontarle,
non ci sono mai abbastanza parole per renderle a portata d'anima.
Ero partito con un titolo,
con un titolo che sà di cose diverse da quello che ho scritto,
volevo scaricare una cattiveria che mi vive dentro da anni,
la cattiveria data dalle gesta di persone senza ombra,
persone vive per il puro senso letterale del termine,
una cattiveria fatta di stupore e incredulità
arroccatasi dentro me da quando mi hanno rubato l'angelo,
ma non ne vale la pena,
ai ladri nessuno sconto, nessuna condizionale,
nessuno spreco di parole,
solo la condanna eterna.
Quando ciò che resta dentro di ognuno di noi,
come per me,
è una vita a due ombre,
dell'ombra che ho ereditato,
di ombre che si muovono in simbiosi,
poco può la rabbia,
può al limite farmi piangere tutte le volte al pensiero di un'incontro mai avvenuto,
lucidarmi gli occhi quando le forme che vedo crescered'innanzi a me,
sono così irriverentemente somiglianti,
può darmi dei tremiti quando non riesco a leggere questa storia a chi,
pur non avendo conosciuto l'altra ombra,
piange le mie stesse lacrime con il viso illuminato dalle emozioni!
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