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6月25日 Cronache di una ristrutturazione annunciataData astrale 18 Giugno 2007
Dal diario di bordo dell'astronave Enterprise
Iniziamo il viaggio che ci porterà dove nessuno si e' mai spinto oltre .
Abbandoniamo ciò che è stata la nostra casa, il nostro mondo , la nostra base,
per un viaggio lungo mesi e mesi.
Data astrale 19 Giugno 2007
Salutiamo l'hangar di lancio
salpiamo verso l'oscurità infinita e l'incertezza (metereologica) assoluta.
Data astrale 21 Giugno 2007
Il passato và giù e con esso muri e barriere.
Data astrale 22 Giugno 2007
Aprite le finestre al nuovo sole ...... e che il ciel sia propizio a voi che navigate impavidi !
Data astrale 23 Giugno 2007
La nave oggetto di attacco è messa a " ferro " e fuoco
Data astrale 26 Giugno 2007
E il vento gonfiava l'onde e la vela io ammainava con forza e impavido coraggio !!! (....bip di vento mi porta via i teli ! ...)
Data astrale 28 Giugno 2007
La mia vita per una pompa ! Cosi' che il cordolo gettammo senza perir di betoniera e cariole alcune !
Data astrale 01 Luglio 2007
dal diario di SPOK
...ma po' quanno chiove l'acqua te 'nfonne e va ?
ie nun zò dove và
ma tutta l'acqua caggia preso n'coppa a casa mia
m'ha scassato ooo bip
n'coppa assaie e m'e' trasuta int'a stanza....
ero SPOK è mò sò pulezzatom!
Data astrale 04 Luglio 2007è
Il vento caldo dell'Estate mi stà portando viaaa
a parte che Estate è una parolo grossa....
poi vento è riduttivo, viaggia a 80 km orari ed e' piu' bora che altro !
Infine se sta portando via qualcosa al limite e' l'orditura del mio tetto......su
ta int'a staam'è trasuta int'a stanza
Data astrale 11 Luglio 2007
" Kirk , Invertite la rotta o potrebbe arrivarci una tegola in testa ! "
Ma dico...la legge di gravità,
Newton,
la mela cadente sulla capoccia che non era manco Melinda ,
dico , tutto questo non ci insegna nulla ?...
Se non fosse per me, avremmo rischiato di vedere, alla prima tempesta subspaziale ,
volar via tegole come piastrelle del Columbia !!
(un pensiero al suo equipaggio)
to be continued...
emozioni volantiin genere,
quando scrivo delle mie emozioni,
quando entro nella mia parte,
nella parte più intima e riservata della mia vita,
mi ritrovo quasi sempre in una sorta di totale abbandono,
così tanto coinvolto dal narrarmi e dal leggermi
che immancabilmente interrompo il mio pensiero, il mio scrivere,
per l'invadente ed ostentata forza che hanno le lacrime .
Debolezza o arcana incapacità di dominarsi di fronte alla proprio essere,
con una punta di orgoglio e molta fragilità scatena questo evento
cosi' poco di moda, così tanto femminile ,
riesce ad intaccare quel guscio che cerco di vestire,
mettendo in luce la parte in ombra della mia vera natura,
striando la maschera con rivoli colorati,
i colori delle emozioni.
Ma e' evento esclusivo della pura intimità,
l'evento che si scatena nella solitudine perversa del narrarsi,
forse un atto feticista figlio della solitudine o della età avanzante,
forse la forza delle parole scritte e non dette.
Questo non accade quando ad un tavolino narri le stesse storie,
anzi,
sei coinvolto con orgoglio e presunzione,
tali da renderti meno vulnerabile al cedimento emotivo,
racconti, colorando le stesse storie con colori resistenti all'acqua,
le dipingi di bello, di unico, di irraggiungibile,
apparentemente pero' private delle emozioni vere che le contengono.
Mi dico che e' giusto,
la saggezza, o parte di essa,
stà nel dare le sensazioni vere al momento giusto,
centellinare le emozioni,
regalarle a temperatura ambiente,
un po come decantare un buon vino,
farlo scorrere sulla fiamma di una candela,
portarlo alla sua giusta temperatura gradatamente
per potersi inebriare dei profumi e dei sapori completamente.
narrando di sapori profumi e colori delle emozioni..........
dedicato a...........
6月20日 Lettera di un allenatore di basketCiao Daniele,
nonostante la tua chiamata non posso fare a meno di rispondere anche alla tua mail....perchè più la rileggo e più mi rendo conto di quanto è stato importante per me e per i ragazzi quest'anno passato assieme..
Non l'ho mai detto a nessuno ma per tutto questo periodo mi sono sentito come un secondo padre per loro..anche se un pò troppo giovinotto!!
La cosa più bella è sentirsi ringraziare da parte di un genitore vero, per il proprio operato !!
Christian l'ho trovato molto cambiato a fine anno..un pò più voglioso e soprattutto,cosa più importante,come dici tu,molto più integrato nel gruppo..e sono molto contento che anche tu abbia apprezzato il mio lavoro !!
Sarà un pò rompipalle ma ha molte qualità e quando le saprà sfruttare a pieno non ce ne sarà più per nessuno !!!
Ringrazio soprattutto te e gli altri genitori che hanno preso le redini della situazione durante il Topolino..ma in particolare un grazie perchè intorno a quella squadra si è creato un ambiente meraviglioso !!!
Spero che nei prossimi anni potrò tornare ad allenare e riprendere lo stesso gruppo a cui mi sono legato tantissimo..
Grazie ancora Daniele..grazie di tutto
A presto e buone vacanze
Luca 6月13日 E resto liE resto li,
seduto su quel pianerottolo
con lo sguardo fisso su di te che ti allontani
che scendi le scale per uscire di casa,
da solo,
fuori a prendere una fetta del tuo destino.
Resto li,
aggrappato a quell'abbraccio,
consumato tra i nostri sguardi,
il tuo entusiasmo,
le mie raccomandazioni scontate,
vane di fronte al tuo destino.
Resto li ,
con i miei pensieri,
rimuovo le paure,
cerco sostegno nella mia storia,
divagando tra i miei impegni,
una parte del mio destino
Resto li,
mi confronto con le mie scelte,
do' un senso alle mie rinuncie,
sento meno pesante il passato
ed apprezzo il mio destino.
Resto li,
seduto sul pianerottolo,
sorrido ripensando alla tua euforia,
guardando l'orologio,
con un tempo che scorre,
impotente dinnanzi al destino.
6月11日 goccioline2.....la cosa bella di essere intelligenti e' che puoi fare lo scemo quando vuoi ,
................Il contrario non ti e' concesso !.................... 5月29日 SintonieQuelle poche volte che riuscivo a sorprenderlo
era per via del suo smisurato appetito.
Mi sedevo sui travi della staccionata e aspettavo.
Forse era solo un'impressione mia quella di non essere visto o sentito,
ma di certo era bello sedersi lì attendendo in silenzio il passaggio di quei pochi istanti che mi dividevano dall'incrociare gli sguardi .
Allora capitava che, da chino sul pasto e senza scomporsi più di tanto,
voltasse la testa verso di me, da sotto,
con uno sguardo simile a quello che i dottori usano fare per evitare gli occhiali poggiati sul naso,
venisse a cercare i miei occhi.
Muoveva poi lento verso di me, quasi sempre prendendo prima un boccone,
così tanto per il viaggio,
senza tanta fretta mi veniva incontro, fino a poggiarsi con il naso al mio volto,
annusandomi e aspettando che io soffiassi sul suo naso.
Si, gli soffiavo aria nelle narici,
era un saluto un pò più nostro, più intimo,
in genere era per lui l'occasione per lasciarsi andare ad uno snapping,
un sorriso di piacere a labbra sollevate,
che devo essere sincero, ricordava molto quello di Pierin,
colmo del piacere per l'incontro e con la dovuta dose di ruffianaggine per l'eventuale compenso alimentare.
Appoggiava la testa su di me, spingendo mentre io gli "stropicciavo" la testa con le mani,
quasi diventava una nostra una danza,
una specie di minuetto dove prima lui spingeva indietro me e poi io tentavo di spingere indietro lui.
Si soffermava poco, quel tanto per farsi capire, per dirmi tutto,
poi l'appetito prevaleva su ogni tipo di esternazione affettiva
e con lo stesso passo con cui era venuto tornava a mangiare.
Credo proprio fosse una specie di mia reincarnazione,
un mio alter ego animale tanto eravamo simili, da subito in sintonia,
dal momento che mi si parò di fronte con la testa mentre passavo tra i box di un commerciante,
guardavo, cercavo e non trovavo mentre qualcuno parlava e consigliava,
ma l'oste, quello del destino, aveva in serbo il conto migliore che mi potesse presentare.
Non sai cos'e' un cavallo fino a quando non impari a guardarlo con i suoi occhi;
e' un mondo a se' stante, immerso in un turbinio di pensieri dei quali a volte ti rende partecipe,
questo avviene solo se esiste una simbiosi animale, naturale, di sangue,
quando il gioco e' quello dettato dall'essere e non da i ruoli.
Lui in questo era maestro, lo era per me almeno,
capitava che nelle mie sere di tempesta mentale,
quelle in cui la vita non ti và giu' nemmeno con la dolce euchessina,
io cercassi la sua presenza attardandomi fino a notte fonda, solo per accarezzarlo,
abbandonado i pensieri o forse condividendoli,
di sicuro, sempre, tutte le volte ne uscivo ristorato, rinfrancato, calmo dentro.
Con un amico ci parli, ammesso che questo ti ascolti veramente,
lui risponde e dice la sua, ammesso che ne sia capace,
questo diciamo e' il logico gioco delle parti,
qui, in questo gioco invece, entra in ballo un tipo di comunicazione muta,
fatta di sguardi, fatta di respiri, fatta di movimenti.
Assecondavo quella sera il dolore della cavalla,
preda degli spasmi di un tumore che la stava portando via,
le parlavo, appoggiato al muro del suo box,
lei guardava, appoggiando la testa al mio torace,
spingeva con forza su di me nelle contrazioni che diventavano piu' frequenti.......
(........pausa da groppo alla gola......)
aspettavo, io che sapevo ... ma forse anche lei sapeva,
l'arrivo del veterinario,
avevo deciso di non farla più soffire,
(....passeggiata diversiva.......)
deciso io,
io per chi ?
Io boia o io misericordioso? Io perche' io ?
E stavamo lì, abbracciati come due amanti,
io con lo sterno distrutto ed il cuore che un pò moriva con lei,
lei che a volte cedeva sulle gambe,
spingendo contro di me continuava la sua lotta.
Poi un ago la fece cedere ad un sonno forzato,
il respiro si calmo', quasi naturale e spontaneo .
Il tempo di rilassarla,
il tempo per mascherarle la scena,
per nasconderle il passaggio,
ed un secondo ago arrivò a darle il sollievo dal dolore,
spalancando però un'ultima volta gli occhi,
grandi e marroni,
fissandomi in modo cosi' intenso, profondo,
ad impressionare con quell'ultimo sguardo,
il mio eterno dubbio di essere stato il boia o l'amico.
Emozioni indefinibili di momenti unici condivisi tra dolore e sintonia,
sentirti parte di lei,
lì a malapena in piedi quella sera, ad aspettarti per l'ultima volta,
ad aspettarsi un sostegno,
forse anche ad aspettare quelle ultime parole dette sottovoce, perchè fossero piu'..... nostre.
Piangere abbracciando il collo di un cavallo non e' cosa da uomini veri,
ma e' stata una cosa vera di un uomo debole,
un cosa che è diversa dal semplice affetto o attaccamento,
quell'emozione che vive solo nella sintonia.
Lui invece stava lì, fermo nel suo box a guardare il corpo della cavalla steso a terra,
gli occhi fissi a leggere quell'immobilita anomala,
a sopporotare me appeso al suo collo.
Ritmicamente distoglieva lo sguardo e in qualche modo mi spingeva con la testa,
allontanandomi quel tanto che bastava per potermi soffiare e odorare,
poi tornava a guardarla e ricomincava da capo la danza.
Sintonia vuol dire essere un tutt'uno con l'altra parte,
e tra noi era questo e molto di più,
era nel suo modo di ringraziarmi dopo averlo strigliato e pulito,
girando la "biava" per rimettere sulla sua pelle tutta la polvere che io con pazienza avevo tolto,
o nei caldi giorni d'estate, fare la doccia insieme,
sotto un getto d'acqua sempre piu' fredda,
quasi nascosto nella schiuma che ogni tanto condivideva con me,
semplicemente scrollando testa collo e la criniera zuppa.
Sintonia era nei tardi pomeriggi d'estate,
quando in pantaloni corti,
solo io, lui e le redini,
quelle giusto per tenermi,
salire ed andare a correre nei prati, per le stradine di campagna,
le stesse che adesso corro da solo,
a correre per ore,
lasciandolo libero nel suo puro piacere di correre,
fino al tramonto del sole che si stampava nei nostri occhi.
Vitale nella forza ed elegante nel gesto,
tanto che lo sentivi sulla pelle,
nel contatto tra le mie gambe ed il suo corpo,
pelle su pelle,
sudore su sudore,
forse un pò cuore su cuore.
Era pura voglia di liberare l'istinto quello che gli si leggeva non appena io,
io e solo io a detta di tutti,
a detta di mio nonno, che di quel "cavajn" da sempre mi aveva narrato,
salivo su di lui.
Allora scoccava una scintilla particolare,
il cavallo che prima era..... sonnecchioso, un pò moscio, apatico a vedersi,
cambiava atteggiamento,
alzava il collo,
incollava la testa ad esso,
forse si accorciava anche un pò,
diventava un tutt'uno di muscoli, fierezza ed eleganza,
sul collo risaltava in contrasto con il mantello rosso chiaro,
una criniera lunga, biondissima, quasi bianca,
che nel suo correre sembrava diventare una bandiera, un vessillo al vento.
Si muoveva in maniera diversa,
esprimeva un portamento superiore, quasi distaccato,
anche nello stare fermo,
gli occhi attenti, scrutavano ogni gesto e ogni movimento intorno.
Nascondeva senza riuscirci per altro, una serie di paure inconscie,
paure dovute alla sua natura, alla sua origine.
A lui, nato nelle pampas Argentine, alcune cose risultavano totalmente sconosciute,
arrivato da noi come carne da macello,
riportato alla sua maestosa essenza per volere del suo ....oste,
diffidava delle cose più banali come un tombino o le strisce pedonali,
a volte anche solo per le pozzanghere d'acqua piovana.
Allora si "ripiegava " su se stesso,
mi ritrovavo con un cavallo in curva,
contorniva quegli ostacoli evitando di passarci sopra,
chissà cosa ci vedeva dentro.
Una cosa però non la dimenticava mai, la sua fame perenne;
per la campagna non esisteva stagione in cui non ci fosse frutta sugli alberi che lui ignorasse,
anzi, me la faceva vedere, la segnalava,
allora condividevamo anche quel momento in completa sintonia;
mentre lui camminava io raccoglievo la frutta, poi, quando riuscivo la dividevo e gliela porgevo,
altre volte, come con l'uva, raccoglievo e mangiavamo a turno,
mettevo sul palmo della mano la frutta e lui girava la testa e mangiava lì sul palmo.
Le mani dopo un pò erano ridotte in uno stato pietoso, intrise di tutto e di più,
come quando mangiavamo l'anguria insieme, era invedibile,
si sbrodolava fino alle orecchie e se la godeva di gusto regalandomi vistosi cenni di gradimento.
Sintonia è una sorta di magia senza fine,
nasce per caso, nasce e non ha tempo,
tra le dita le carte si muovono appaiono e scompaiono,
ti ritrovi ad incrociare dopo anni quegli occhi che d'incanto riappaiono liberi in un prato,
quel mantello è un pò meno rosso, qualche pelo bianco, irriverente ed anagrafico e' comparso.
Allora fermi la macchina sul ciglio di una strada,
non fai tempo a scendere,
ti accorgi che lui è già li, allo steccato ad aspettarti,
l'età deve averle tolto un pò di appetito per essere già arrivato,
di certo non gli ha tolto i ricordi,
mi saluta, spingendomi con la testa, come sempre, come tra di noi
(........ripausa da rigroppo alla gola......)
ricambio e gli soffio nelle narici ,
abbassa la testa per farsi stropicciare ancora una volta,
lo bacio in fronte (...ora piango proprio , che ci posso fare.... )
mi allontano e salgo in macchina.
Ci trovo due persone, le due colleghe che erano con me in giro per lavoro,
entrambe gli occhi lucidi,
una piange proprio e mi domanda ......" chi era ? "
" chi e' " dico io
" lui e' il mio cavallo "....
...... saranno solo semplici sintonie ? ......
5月24日 Coppa delle cento ghinee" CHI E' IN TESTA ? "
" AMERICA "
" E CHI E' SECONDO ? "
" NESSUNO MAESTA ! "
il secondo equipaggio arrivo con piu' di 14 minuti di ritardo.........
5月8日 ....e via di culinaria !....cari lettori , cari fans e cari baldini !
da oggi ho pensato di colmare le vostre lacune e regalarvi perle di saggezza gastonomica.
Contenti ?...non ve ne fotte un bip ?....bene
parliamo oggi di un paio di ricette floreali per una serata primaverile..
Andate a farvi ....ehi non pensate male...
andate a farvi una bella passeggiata per i boschi .
In questo periodo troverete, appesi ad allegri alberelli dai rami spinosi,
fiorellini bianchi a grappolo simili al glicine.
Coglieteli con dovizia e maestria, stando attenti alle apine golose del bianco fiorellino,
se avete l'accortezza di raccogliere quelli aperti ma non troppo avanti nella fioritura e' cosa buona e giusta.
A casa mettete i grappolini in acqua pulita e fresca eliminando cosi' polveri e fastidiosi animaletti
che potrebbero risultare inutili alla riuscita del piatto.
Asciugate i grappoli su un panno e successivamente liberate i fiori dal rametto che li unisce.
Preparate un brodo vegetale con poca cipolla, una mezza carota e un cenno di sedano, questi profumi devono essere marginali.
Nel contempo in casseruola di alluminio fate sciogliere una noce di burro, un filo d'olio d'oliva con una grattatina di cipolla..pocaaaa !
Ora saltate .... non e' un corso di aerobica... saltate nel tegame il riso , un pugno per ogni commensale.
ndr. .......... non cuciniamo per una mensa aziendale ...
Bagnate il riso in cottura con il brodetto che avete amorevolmente preparato .
Ora, prima che il vostro riso sia cotto a puntino, aggiungete i vostri preziosi fiorellini senza lesinare ...giu' ! una bella badilata.
Non più di un minuto mi raccomando..... il profumo deve essere esaltato, non fatelo svanire nell'aire !
Servitelo caldo con qualche fiorellino , crudo sopra a decoro e innaffiate il tutto con un bicchiere di Traminer .....
EHI ...dove andate?...ho detto due ricette...non una...tornate a casa banda di Lassies che altro non siete.
Mentre gigionate a dritta e a manca nella preparazione del risotto potete dedicarvi ad un antipastino propiziatorio.
Prendete un uovo a testa per ogni commensale, se siete in tanti e avete bisogno di telefonare all' AIA il nro verde e' 1085777
Dopo averlo aperto e separato dal guscio, la parte esterna dell'uovo, versate il suo contenuto gelatinoso in una ciotola.
Con frusta (niente catene e armenicoli vari) e usando il polso rotativo in senso orario sbattete le uova aggiungendo un pizzico di sale.
Portate a temperatura un filo d'olio dentro una padella antiaderente, versate dentro le vostre uova e aggiungete i fiori di acacia.
Girate un paio di volte la vostra frittata e servitela calda come antipasto.....prima del risotto.....
se non vi aggradano i fiori di acacia , potete sempre optare per i papaveri......effetti collaterali a vostro rischio...
BUON APPETITO...
hanno rubato un'angeloE' inutile cercarli,
vai a zonzo tra fantasia e realtà,
con un identikit in mano che sà di vuoto,privo di tratti, di linee,
con un'immagine di ciò che vorresti
ma che non sai da chi cercare.
Già, non siamo angeli,
ma ognuno di noi, almeno una volta nella vita,
ha sperato di averne uno dalla sua,
uno che ci avvolga di protezione tra le sue ali,
uno che quando ci sentiamo a terra e più giù ancora,
possa sollevarci in alto, così in alto,
da farci rivolgere lo sgurdo in basso per vedere il paradiso.
A volte capitano nella vita incontri che hanno tra le righe delle parole,
nei gesti o negli sguardi,
la sensazione di un'eterea alata presenza, della quale,
se non sei distratto dalle tue continue rincorse terrene,
riesci ad afferrare le sfumature e a farne cosa tua, dentro,
lasciandoti con il dubbio sapore dell'avvenuto incontro.
Ma gli angeli, hanno vesti sconosciute all'apparenza,
li cerchi per tutta la vita, senza vederli,
incapace di scindere il tuo volere dal loro essere.
Poi, un giorno dal puzzle qualcuno toglie una tessera,
di colpo la realtà si dichiara e rende ai tuoi occhi una visione nitida,
lo spazio vuoto prende forma,
li dove prima era, ora manca qualcosa.
Me l'hanno rubato il mio angelo,
l'hanno rubato alla mia storia,
l'hanno rubato alla mia esistenza,
l'han rubato al mio domani,
al mio domani che e' fatto di un bimbo al quale di quell'angelo posso solo parlare,
di un bimbo al quale han negato la fortuna di poter conoscere quell'angelo.
Io che bimbo ho seduto sulle ginocchia di quell'angelo,
lì con lui al davanzale di una finestra,
la finestra della "storia accanto",
nei giorni piovosi, quando giocare fuori era impossibile,
quei giorni dal tempo eterno, infinito,
giorni in cui quell'angelo, raccontandomi le sue storie vissute,
riusciva a far girare più in fretta le lancette dell'orologio.
Storie di vita vera,
di vita sofferta ma dalla dignità oltre i limiti,
una vita fatta di poco o meglio di niente e di grandi sacrifici,
fatta di famiglia, di moglie e di figli,
fatta di lavoro duro, quello della cava,
fatta della guerra, la prima,
vista dagli occhi di un bambino nella paura e senza angeli a cui aggrapparsi,
della seconda di guerra,
vista dagli occhi di un uomo spaventato e con angeli a casa, nella paura.
Stavo li', sulle sue ginocchia,
con lui che mi raccontava della sua vita,
entrando dentro a quelle storie come si entra dentro al cuore di una persona amata.
Sembrava avesse di fronte tutto di quelle storie,
raccontava con tale intensità da entrarti nell'anima,
ritagliandosi uno spazio della sua vita, nella tua vita stessa,
come l'innesto di una gemma in un albero ancora giovane e sterile.
Lui era tutto un racconto,
la sua storia passava dai suoi pensieri,
era nelle sue parole e nella sua carne;
ricordo bene quanto fossi incantato dalle sue mani,
non era la forma o dimensioni,
quelle mani sapevano di vero,
ci si leggeva sopra la capacità di fare qualsiasi cosa.
Da bambino passavo molto tempo con lui,
d'estate sotto il sole cocente,
nel prato di fronte a casa
mentre lavorava la pietra.
Questa era la sua arte,
l'arte imparata nella povertà,
l'arte fatta di fatica e di stenti,
l'arte della fame e della polvere.
Ma è anche l'arte fatta del nobile suono dell'incudine dove lui forgiava gli utensili,
le sue punte e i suoi scalpelli che diventavano poi,
quasi una sua appendice,
le metteva a temprare nel fuoco della forgia che io,
tenevo vivo girando il vortice.
VRRRRRRR VRRRRRRRR VRRRRRRRR
un'altro suono,
il suono del crepitio del carbone ardente con il suo profumo, strano e penetrante.
Picchiava il martello su quegli utensili,
appoggiati sull'incudine,
nel modo giusto, mica a caso,
nel modo che la forma era cosa semplice da far venire,
quasi ovvia,
nel modo che quel picchiare era musica, di nuovo altri suoni,
in successione precisa e cadenzata,
come se quel martello fosse bacchetta in mano ad un direttore d'orchestra.
La passione di quell'arte si leggeva negli occhi di qull'uomo mentre lavorava,
lì, al sole, su quelle lastre di pietra di Luserna,
calde, che con ai piedi i sandali sopra non ci stavo,
calde, che le mani tenevo ben lontane.
Lui invece queste cose sembrava non sentirle,
forse che con gli scalpelli si forgiasse anche le mani,
e con le mani teneva le lastre, e le scrutava,
come un marinaio scruta il mare in cerca del vento,
cercava in esse la vena,
la sua giusta rotta che poi seguiva,
mettendo gli scalpelli, uno in fila all'altro, nel punto preciso,
picchiando nuovamente su ognuno di loro,
con altra cadenza e precisione,
con ordine preciso e forza calibrata,
sino al momento in cui, senza parole magiche,
con una serie ti scricchiolii le due parti si dividevano,
nette, come coltello che taglia il burro.
E io restavo lì,
a bocca aperta,
tanto che le schegge e la polvere di pietra vi entravano dentro e io neppure me ne accorgevo,
incantato da quei movimenti, da quei gesti,
da quella danza sugli scalpelli,
dal battere dei vari martelli alternati,
secondo un ordine casualmente prestabilito,
fino a quando sugli scalpelli, un giorno, fece picchiare me,
con il martelo più grande di me,
con la mia mano dentro alla sua a guidarla,
a darne forza e precisione,
a proteggermi dalle schegge,
a regalarmi un frammento di gioia di quell'arte.
Ma non aveva neppure lui mani per tutti,
quel giorno non tenne le mani sulle mani di suo figlio,
troppo grandi e troppo esperte non avevano questo bisogno,
non aveva quella scheggia altra strada da farsi nel suo cammino,
che incrociare la rotta sbagliata chiudendo la storia di quell'arte,
chiudendo il conto con il destino,
togliendo la vista e lasciando il marinaio senza rotta e senza vento.
Quelle mani potevano ogni cosa,
ed ogni cosa che facevano era fatta ad arte,
la famiglia era dentro quelle mani,
una famiglia fatta ad arte, e lui, per la sua famiglia ci viveva.
Come d'estate, quando le mani,
dure e forti che avevano lavorato la terra e raccolto i suoi frutti,
diventavano agili e sensuali nell'impastare la farina,
nello stendere l'impasto con il mattarello,
nel preparare " e tajadee " da mangiare nella sua pasta e fagioli,
che preparava lui stesso come in un rito,
con profumi così intesi da riempire stanze e cortili,
ed in quei profumi , in quel rito, lui coinvolgeva e riuniva tutta la famiglia.
Insieme, intorno ad un unico tavolo,
rotondo e troppo piccolo per farci stare i piatti di tutti,
che diventava grande per sostenerci l'anima che lui metteva su di esso,
l'anima che esprimeva in quel pasto di gente comune,
nelle sue conosciute e ripetute parole,
nel puro commosso piacere che gli si leggeva negli occhi per averci lì con lui .
Ed io passavo il tempo e crescevo,
con lui , lì a quella finestra,
con lui che mi ripeteva la sua promessa eterna,
quel regalo ambito ed irraggiungibile,
quella frase che risuonava alle mie orecchie con la sua cadenza dialettale.....
... quando che ea te sarè pi grandin ea te catarò un cavajn "...
quel cavallo e' cresciuto dentro me,
pronto a materializzarsi e a darmi forza,
pronto a spronarmi alla sola vista di quegli occhi profondi che sorridevano per i miei sguardi incantati !
Era lì, tutto compreso in quell'essenza fatta a uomo,
ciò che io volevo diventare,
l'uomo che avrei voluto essere
aggiungendo con cognizione aggiornata,
l'uomo che non sarò mai.
Tutto lì nell'essenza, in quell'anima,
ma si sà, l'anima non paga,
l'oste distratto porta sempre il conto al tavolo sbagliato.
Ed il conto è pesante,
non è più una guerra da sopravvivere,
non è un campo di deportazione da cui scappare,
non è fame o fatica,
il conto è fatto di un letto d'ospedale,
un ospedale dai i muri alti grigi e antichi
di un lenzuolo bianco e immobile,
che tra una piega e l'altra nasconde un corpo che non c'è più.
Il conto fatto di sguardi che si incrociano attorno a quel letto,
di parole sussurrate e nascoste,
è dato di fatto quando il sommo saccente,
traccia l'ultima rotta, verso casa, per l'attesa,
per l'arrivo all'ultimo porto.
La casa non è più la finestra sull'orto,
è una stanza in penombra,
è un letto più vuoto dei giorni vuoti nell'attesa.
E io aspetto inerte,
cammino scorrendo nel tempo, portando nei giorni i miei passi all'interno delle mura,
le mura di Pierin per intendersi,
tanto sono altrove con il pensiero che anche lui intuisce,
è questione di giorni mi dico e disse il sommo al capezzale,
aspetto,
Pierin è li , tra le mura,
pronto a compiere uno dei suoi miracoli
rubandomi un semisorriso con il suo ...tho visto vaaaaaa !
...altro che rose !
Ma i miracoli non sono come i sogni,
non muoiono all'alba,
anzi te li ritrovi di fronte al tramonto.
Così capita che ritorni a casa, dal lavoro,
assorto nei pensieri di un'attesa,
con le stesse immagini di ogni sera,
nell'orto, una forma conosciuta e stilizzata ti sorprende,
lui è lì ,
sotto la finestra,
lì , con una zappa in mano,
come se fosse una cosa normale,
risaputa e naturale,
lavorare la terra semplice come cambiare il corso di una storia quasi scritta.
Mi rendo conto che le storie di questi angeli non si scrivono mai completamente,
non abbiamo mai abbastanza fiato per raccontarle,
non ci sono mai abbastanza parole per renderle a portata d'anima.
Ero partito con un titolo,
con un titolo che sà di cose diverse da quello che ho scritto,
volevo scaricare una cattiveria che mi vive dentro da anni,
la cattiveria data dalle gesta di persone senza ombra,
persone vive per il puro senso letterale del termine,
una cattiveria fatta di stupore e incredulità
arroccatasi dentro me da quando mi hanno rubato l'angelo,
ma non ne vale la pena,
ai ladri nessuno sconto, nessuna condizionale,
nessuno spreco di parole,
solo la condanna eterna.
Quando ciò che resta dentro di ognuno di noi,
come per me,
è una vita a due ombre,
dell'ombra che ho ereditato,
di ombre che si muovono in simbiosi,
poco può la rabbia,
può al limite farmi piangere tutte le volte al pensiero di un'incontro mai avvenuto,
lucidarmi gli occhi quando le forme che vedo crescered'innanzi a me,
sono così irriverentemente somiglianti,
può darmi dei tremiti quando non riesco a leggere questa storia a chi,
pur non avendo conosciuto l'altra ombra,
piange le mie stesse lacrime con il viso illuminato dalle emozioni!
4月18日 non abbiamo mai roseQualcuno la vende così
la canta e fà successo,
ma sono storie, palle o fandonie se preferite.
Ve lo assicuro,
non abbiamo mai rose,
ci si tiene ben alla larga,
spaventati, incapaci e disinteressati.
Lo posso ben dire io, per esperienza vissuta,
che di certo qualcuno subito dirà...." e si vede chiaramente ! ".
Quando ti affacci alla vita, quella vera,
quella fatta di lavoro,
fatta del mondo fuori di casa,
fuori dalla scuola,
ti può capitare allora che, per destino o per scelta,
ti trovi molto e troppo giovane ad attraversare un prato.
C'e' poco di strano in questo, un prato e' sempre e solo un prato,
se non fosse per il fatto che il prato in questione era sito , di là, tra le mura,
alte, antiche e delimitanti molto più di molte altre mura.
Queste mura non raccontano storie di cavallieri erranti o principesse sulle torri,
e neppure di battaglie o eroiche gesta.
Le mura ed il prato dentro di esse, raccontavano di storie che nessuno ascoltava,
storie di occhi persi, di gesti rubati , di parole strampalate , di inconscie sofferenze.
Erano le mura che circondavano il manicomio, nel paese dello smemorato famoso,
quello del film, quello di Collegno,
che io , tutti i giorni, attraversavo almeno due volte.
Erano le mura che nascondevano quelle vite diverse,
così estranee alla realtà,
così lontane dai miei pensieri e che mi raggiunsero da subito,
appena varcai per la prima volta quella soglia.
Già perchè l'entrata era bella, elegante, vera e viva,
con un portone che dava verso la stazione,
grande, in ferro battuto,
quelli che si vedono nelle ville d'epoca,
certamente non fatiscente come il muro.
Daltr'onde quella era l'entrata per infermieri, per i responsabili, per i pochi che venivano in visita;
non chiedetemi di parenti ,
quelli o si mascheravano bene o proprio non si facevano vivi.
Il cancello era lì come a rendere più umana la permanenza di chi ci viveva a tempo determinato,
come se fosse, il cancello, un'icona di distinzione,
un divisorio tra il mondo di tutti ed il mondo fatto a mano,
il mondo di quelli che invece, lì a tempo indeterminato,
vedevano quel tempo fermarsi dopo esser passati oltre il cancello,
dove oltre, per loro, c'era solo il muro.
Tra quelle mura, ogni giorno, potevi trovarci di tutto,
era come entrare per quindici minuti in una realtà completamente sconosciuta,
fatta di rumori, di personaggi, di scene che da nessun altra parte potevi vedere.
E così capitava che nei freddi inverni, quelli di quasi trenta anni fà,
gli inverni dove la neve ancora scendeva e copiosa ammantava anche quello strano mondo,
ricoprendolo con candore e dando una luce tutta nuova e speciale, io,
camminassi immerso nei pensieri e nel freddo,
scrutando ovunque con un pò di curiosità e con molto sospetto.
Capitava che quel teatro proponeva la scena madre, l'atto conclusivo di un capitolo
dove, la protagonista, nuda ed arrampicata sul davanzale della finestra,
discendeva le pareti del casermone tenendosi ad un lenzuolo,
fin giù dove il cencio arrivava,
più giù dove le braccia potevano estendersi,
fino a terra , lasciandosi cadere a sprofondare nella neve fredda e soffice.
L'attrice poi si rialzava e prendeva a correre con gioia ostinata,
scatenando poi una sana voglia di vita e di libertà,
sollevandomi dai dubbi di traumi dovuti alla caduta.
Correva come io che corro non so fare,
correva lei,
correva la sua anima,
correva la sua voglia di vivere.
Correva che faceva invidia per la tanta felicità che lasciava trasparire,
gridando al mondo e a nessuno ogni cosa gli passasse per la testa,
cose a mio udire risultavano prive di senso,
ma che di certo davano a lei le emozioni della sua libertà raggiunta.
I dubbi assalgono chiunque di fronte a queste scene,
ti chiedi qual'è la vera libertà,
se e' fatta di brevi fughe scapestrate o di vite conformate.
E' qui che nella scena entrano altri personaggi,
fra questi Gaetano, che guarda sempre schivo,
sempre dubbioso, forse un pò cattivo dentro.
A lui qualcuno per indagare sul tema libertà, offre l'alternativa,
lo invita ad entrare nel mondo oltre le mura,
al di fuori,
dentro la fabbrica, al lavoro.
La libertà è ben altra cosa, è anche,
perlomeno per Gaetano,
la possibilità di liquidare tutto e tutti rispondendo semplicemente
.... ma io sono matto , mica scemo !
Accidenti, Gaetano, quello che al massimo riusciva a chiedere una sigaretta,
esprime un concetto, chiaro e lineare sulla sua libertà fatta di consapevole follia.
Quel mondo era fatto di personaggi di ogni sorta,
vite e mondi a se' vissute dentro un mondo a se'.
Quello che però più di ogni altro si notava tra quelle mura era Pierin,
un ragazzo, un giovane,
a suo dire di 39 anni,
che sempre col passar degli anni restavano tali, mai uno in più, sempre 39,
e lui pure sempre uguale,
non cambiava mai, un fermo immagine vivente.
Pierin era il nostro pre a porter,
scritto apposta così, non per errore ortografico,
perchè nulla aveva a che fare lui con la moda,
vestito sempre con la sua giacchettina azzurra sgualcita,
i suoi pantaloni blu rattoppati da officina,
le scarpe sempre uguali, sempre quelle in tutte le stagioni,
con due borse di nylon piene di ogni cosa di cui dopo vi dirò.
Lui, il pre a porter in realtà lo faceva,
ci prendeva e ci portava,
era un pò il nostro cicerone, la nostra guida,
il nostro Caronte, colui che ci traghettava attraverso il prato, tra le mura, in quel transito privato.
Così ci aspettava sempre, al cancello,
scendevamo dal treno e lui era li,
con qualsiasi tempo,
sempre con un sorriso devastante, carico di gioia nel vederci,
un sorriso che squartava da parte a parte il viso, vi assicuro, squartava è il termine corretto,
con gli occhi spalancati, grandissimi ,che esplodevano fuori dalle orbite,
con il suo motto di saluto,
..... t'ho visto vaaaa ....... t'ho visto visto visto vaaaaa !!! ......
Emozionato e felice del nostro arrivare,
era per lui impossibile da contenersi tanta felicità,
che esternava mettendo il dito pollice in bocca,
un dito che se ci avessi fatto l'autostop, tanto era storto quel dito,
che un passaggio te lo davano , ma in senso opposto a quello che tu avresti voluto.
E lui mordeva quel dito tra i pochi denti, mordeva e sorrideva,
voleva darti sempre qualcosa e , se aveva qualche lira, cinquanta , cento o duecento per intendersi,
sempre cercava di fartene dono,
sempre carico di quelle borse piene di ogni cosa,
di quele cose che trovava e recuperava qua' e là,
soppratutto la',
dentro la discarica al margine del muro.
Dentro quelle borse ci teneva il suo mondo,
fatto di fogli strappati da alcune riviste patinate,
fatto da pezzi di pane duro che nemmeno i topi lo prendevano in considerazione,
oggetti inutili di ogni sorta.
E poi i tanti boccettini di medicine scadute,
nei quali all'interno, insieme alle pillole lui metteva rimasugli di marmellate,
o per lo meno quello credo fossero,
marmellate che poi, auitandosi con le dita, mangiava !
Forse fa schifo lo sò,
giuro che la serentità con la quale Pierin compieva questi gesti,
semplici , naturali, rendeva tutto ...... elegantemente normale...
con una forma di galateo improvvisato ma efficace.
Te ne offriva sempre .... porca miseria ...... e chi si azzardava !
Lui era immune a tutto,
io no,
alla semplice idea della remota possibilità di avvicinarmi a quei prodotti,
il disordine enterogastrico prendeva in me il soppravento.
Ci ha accompagnato sempre, otto anni nei quali è stato presente,
dal cancello, al muro, dal muro al cancello.
Una volta volle vedere cosa facevamo, noi, al di fuori del cancello.
E con noi venne e vide il treno,
rimase incastrato nei suoi pensieri,
il pollice in bocca, lì , duro come uno stoccafisso,
stregato da quella cosa, con i cancelli che da soli si aprivano e si muoveva per andare chissà dove.
Poi arrivò il mio treno, nel senso opposto a dove era andato l'altro,
lui sollevato e con un sorriso disse che quel coso non era andato da nessuna parte;
in effetti era dinuovo lì a suo modo di vedere,
appena andato e subito tornato;
prima di salire seguii il suo breve ritorno, diligente e pensieroso verso il cancello, tra le mura di sempre.
Non si accontentò,
il suo era un sogno,
qualche giorno dopo salì su quel treno e fece il suo viaggio,
andata e ritorno,
senza biglietto,
senza confini e senza parlare, ne sono convinto.
Non c'erano grandi cose da dirmi, Pierin era soddisfatto di quel viaggio ma senza parole,
tutto ciò che aveva vissuto era lì, visibile dentro i suoi occhi.
Non tutti però,
loro intendo, quelli del muro,
hanno avuto lo stesso magico rapporto con il treno,
per molti prendere il treno era una liberazione,
era letteralmente prenderlo proprio, quel treno,
per dirla meglio era il treno che prendeva loro, in pieno.
Io credo che quel treno per alcuni di loro, era il momento di passaggio tra il loro mondo ed il nostro mondo,
un momento che in un qualche breve sprazzo di lucidità raggiungeva alcuni di loro,
e loro, presa coscenza della torbida realtà e di quella strana vita dentro il muro,
quel treno risultava il modo più semplice,
per chiudere il conto con un destino a casaccio.
Pierin ebbe dalla sua la fortuna di essere sempre felice,
illuminato sempre da poca lucidità,
ma raggiante dei sorrisi che dispensava senza sosta.
La sua storia finisce con la mia storia, finisce quando la mia strada mi portò altrove.
Ma come tante volte diciamo, chi non muore si rivede,
e così , molti anni dopo, ero seduto ad un tavolo in una trattoria nei pressi di Collegno;
ormai eravamo negli anni in cui i manicomi erano stati chiusi, anzi, aperti al mondo.
I tempi in cui quelle vite non erano più vissute tra le mura , sul prato oltre il cancello,
molte vite di quelle non erano neppure più vite,
il treno se le era portate via,
ma la coscenza, un la morale e molto spirito di volontariato avevano formato nuove forme di assistenza, di cura,
quelle fatte di alcune persone che accompagnavano queste vite per mano per farle vivere a cielo aperto.
E allora capita che mentre mangi, da solo in quel posto,
alzi gli occhi e vaghi con lo sguardo tra i tavoli,
dove vedi molto di niente e forse alcune facce note,
le facce di quelli che sovente come te, passano, e di fretta mangiano e spariscono.
Tra quei tavoli, seduto in compagnia di altre persone,
raggiunsi uno sguardo raro e conosciuto,
uno sguardo che ostentava la voglia di un saluto,
il desiderio di un farmi un segnale con il pollice,
la gioia irrefrenabile di un ritrovarsi impensato.
Non avevo con me nemmeno una rosa,
e come non avevo rose non ebbi il coraggio di affrontare quell'incontro.
Restai li,
questa volta toccava a me,
lì, fermo, immobile,
chiuso tra le mie personali mura,
dentro ad un prato arido, incapace di un solo movimento,
guardando, da dietro al mio cancello, quella persona così unica e speciale
che di certo non si aspettava una rosa,
ma a cui spero perlomeno,
di aver regalato un incontro breve e sincero fatto di un solo sguardo.
4月6日 invasioni mentaliProprio me lo devo.
E' una cosa che da sempre mi dico devo fare,
provare a scrivere di ciò che provo in certi momenti,
in certi miei momenti di affollata solitudine.
Di certo pare demenziale una simile affermazione, ma,
come diceva quello la'... tutto è relativo !
Se si conoscesse a fondo i limiti della mia persona,
della mia mente,
potrebbe essere più chiaro il concetto di affollata solitudine.
Niente di filosofico o di analitico,
solo l'ambizione di voler tentar di metter su carta, si fa per dire ,
alcune emozioni che provo, oggi,
alle soglie del mio primo "cinquantennio" di residenza terrena.
Mi capita sempre così, un po per caso,
infilo un paio di scarpe e vado a correre,
con qualsiasi tempo,
a qualsiasi ora,
capita sempre quando mi spingo, correndo, nei luoghi che conosco.
Di per sè non è la corsa,
ma questo muovermi nella solitudine che mi circonda,
riporta alla mia mente, immagini intime di quei luoghi,
che sono poi le immagini della mia infanzia .
Impossibile calpestare quelle strade di campagna,
entrare nelle ombre delle montagne o della Sacra senza immergermi nei ricordi di bambino,
quando, con la bici da bersagliere del nonno,pesante e con i freni a bacchetta,
attraversavo la ferrovia sollevando la bici,
e pedalavo, prima giù per la discesa poi a predifiato lungo quelle stradine,
fatte di polvere , buche, urla e risate,
fin sotto ad alberi giganteschi,
a rubare....pardon ...alla maroda delle ciliege.
Corro oggi,
corro come allora,
le strade son sempre li,
di buche e di polvere,
ma quello che manca al paesaggio sono quegli alberi,
tagliati per far spazio ad alberi più giovani, in una ruota esistenziale inarrestabile.
Mi domando come farebbe oggi il contadino a micacciarci con la forca,
minacciare noi bambini, ladri in bicicletta,
intimandoci di scendere per scontar la pena di avergli mangiato le ciliege...? chissa'....
E passo accanto al fiume,
Dio....fiume,
fiume forse allora,
oggi niente di più di una piccola bealera,
niente di più di un canaletto per poca acqua, apparentemente limpida...ma solo apparentemente.
Ieri , nelle mattine, scappavamo di casa,
a piedi questa volta,
di corsa con gli stivali,
sempre grandi perchè del nonno,
che lui una parte nella mia vita l'ha fatta sempre,
stivali ai piedi e una fioccina tra le mani,
prodotto artigianale, fatta da noi,
un bastone di nocciolo e una forchetta da cucina rubata alla mamma,
per calarsi dentro l'acqua, che allora era limpida e pulita,
ma quel che più ci interessava,
era piena di pesci...
Ricordo bene il freddo dell'acqua quando,
troppo profonda o noi troppo piccoli,
riempiva gli stivali, che diventavano di colpo pesanti,
ingombranti, per risalire la corrente,
impossibili, per rincorrere le trote,
impresentabili, per i piedi del nonno .
E più giù, a valle, rivedo il ponte,
una lastra di pietra a dirla tutta;
messa lì di coltello tra le sponde ad un paio di metri dall'acqua.
Un paio.... io ricordavo un paio di metri,
oggi quel ponte sembra a pelo d'acqua,
e dubito,
il letto del fiume si e' alzato ,
la lastra è scesa,
probabilmente i miei occhi han cambiato modo di vederla.
Ci si passava sù dapprima a cavalcioni,
che mica era semplice lo stesso,
la lastra era stretta ed il nostro sedere piccolo,
fino a che poi, cuori impavidi,
ci si provava, armati di spirito circense, ad attraversarla da in piedi.
Che poi, dico,
dall'altra parte c'era nulla o poco più,
tanti alberi ,alti,
un bosco di acacie con spine della malora,
le lumache,quelle sì, tante,
che quando pioveva e c'era il temporale,
erano da raccogliere per nonno, lui c'era sempre nei boschi.
E lì, in mezzo al bosco,
la casa del "mulitta", o così dicevano,
una casa piccola, fatiscente e solitaria
dalla quale alla larga ci tenevamo,
chissà cosa nascondeva,
di lui comunque, del mulitta, mai visto traccia !
Il fiatone mi riporta alla realtà,
per fortuna ai piedi non ho gli stivali,
il nonno se ne e' andato,
con lui i suoi stivali e non solo,
posso correre e guardare questi boschi di alberi alti che mi circondano,
e mi circondavano anche allora, quando, con Sandro, si guardava la televisione,
che ci mostrava le immagini dei grandi boschi Canadesi,
dei grandi fiumi Canadesi,
dei grandi boscaioli Canadesi.
Tutto diventava scontato, semplice, ovvio,
al punto di partire, in un pomeriggio di sana emulazione,
alla ricerca dei nostri grandi boschi,
dei grandi alberi,
del grande fiume....... in pratica la solita bealera .
E li , sul fiume, io e Sandro,
trovare guardacaso proprio una serie di alberi,
tutti uguali, dritti e alti abbastanza,
per essere degni della nostra boscaiola attenzione...
CADEEEEEE gridavamo...
più che altro caddero tutti,
uno dopo l'altro, tagliati alla "nostra altezza",
sfrondati e messi a navigare giù per il fiume,
come in Canada,
che poco più a valle, uno ad uno, i tronchi intendo,
incagliandosi si intrecciarono a formare una diga degna di scherzosi castori Canadesi pure loro.
Non credo che alla sera,
nelle case dei boscaioli Canadesi, qualcuno bussi e presentandosi ,
reclami per il taglio di piante non autorizzato.
Ma capita,
qui capita che la sera stessa tu sei a tavola con i tuoi genitori,
qualcuno bussa alla porta di casa,
nella fattispecie trattasi del proprietario dei pioppi,
con nessuna attinenza al Canada, molto piemontese,
il quale riportando il falcetto che neanche a dirlo era del nonno,
senza alcuna esitazione e vista l'altezza di taglio,
indiviudia al volo il responsabile del malfatto.
Ha mia discolpa,vostro onore,
devo dire che a me pareva proprio un lavoro da professionisti,
tutti alti uguali, i monconi.
E poi quante storie,
han le radici e di certo ricresceranno...
Non ricordo il costo ma ricordo che il babbo non era proprio entusiasta del mio lavoro.
Intanto scorrono immagini e luoghi della mia infanzia,
come la pellicola di un film già visto,
passando di fronte alla casa di Sandro,
il canadese per modo di dire,
sempre lui,
presente come il nonno, come il fratello mai avuto.
La casa ed i giochi con la bicicletta,con i pattini a rotelle,
di canzoni ascoltate nel primo mangiadischi, azzurro,
e le immagini di Laura,
Laura che attraversa la strada,
Laura con il "barachin" del latte,
Laura che vola in aria e il barachin che cade a terra,
Laura che a terra ci rimane,
e i miei occhi che a otto anni non possono vedere Laura immobile
ed il suo barachin del latte , vuoto.
Ma quella casa è molto di più delle sole immagini,
è la casa dei profumi per la festa di S. Pietro e Paolo,
la festa del paese,
delle giostre e del profumo dei tigli in fiore.
Era il tempo quello dei "canestrei",
il dolce tipico della festa,
fatto di farina di mais, di uova, di limone vaniglia e zucchero.
Fatto dalle mamme,
che miscelavano e impastavano le dosi giuste degli ingredienti,
fatto dalle mani di noi bambini che, di quell'impasto, dovevamo farne tante palline,
con quell'impsto che ti si appiccicava alle mani,
che era cosi' buono anche crudo,
che era normale leccarti i palmi,
tra una pallina e l'altra che poi venivano cucinate sul forno a legna,
nel ferro, raro e unico, piccoli biscotti a forma di alveare .
Allora,
tra la casa di Sandro e la mia,
dove al piano di sopra abitava anche il nonno,
c'era un prato, che di suo aveva il difetto di essere un metro piu' basso di tutto il resto;
il difetto che quando pioveva, si riempiva fino all'orlo regalandoci un lago tutto per noi.
Non e' che ci si perdesse molto, noi, in televisione o play station,
noi la fantasia era una questione di genoma...
come direbbe una pubblicità.....tutt'intorno a noi!
Ed allora cosa ci vuole, prendere due fusti di quelli per l'olio delle fabbriche,
quattro tavole rubate al nonno
e qualche cordino.
Metti le assi sui bidoni, li leghi con i cordini e la zattera e li...pronta per il varo..!
Che successo !..
MAMMA...gurda...navigliamoooo !
Io e Sandro ovvio !
Ricordo che mia madre, alla vista di quanto sapeva gia' sarebbe successo,
si limitò a chiudere la finestra, con calma,
senza nessun urlo senza alcun ammonimento .
Ricordo chiaramente che quei benedetti nodi ,
fatti per unire assi e bidoni,
con la stessa calma con cui madre chiuse la finestra,iniziarono a slegarsi,
con noi, li sopra, ad arrancare per evitare il naufragio.
Difficile fù evitare la caduta,
impensabile evitare di mettere i piedi a terra,
impossibile non inzupparsi fino al collo.
Ma lì, al di la del prato, c'e' la mia casa.
Ci si abitava in sei famiglie,
gli orti intorno, il campo da boccie,
e quella finestra al piano centrale, dove abitava mio nonno.
Lui sedeva spesso li, nel cucinino a quella finestra,
alla domenica, quando preparava le tagliatelle tirate a mano,
da cucinare nel brodo di gallina,
e di questa ne spartiva i pezzi più nobili,
in una sorta di happy houre casereccio.
Ed era un rituale carico di forti legami quello che si viveva,
così importante per lui, tanto sentito e tanto appagante.
Condivideva questo momento con il figlio più anziano, mio zio , al quale toccava il prè, lo stomaco.
All'altro figlio, cioè mio padre, toccava una delle "sate" , una zampa.
Lui, nonno, si riservava la cresta, forse a simboleggiare il capostipite, l'anziano,
e poi c'ero io, l'unico nipote, che al solo scrivere queste parole, gli occhi mi si lucidano.
A me toccava l'altra sata", ero il figlio del figlio giovane, quello a cui toccava questa parte...vuoi non darla pure a lui ?
Bollenti, con il sale sopra,
che di per sè, a dispetto del pensiero, erano buoni.
Ma il buono, quello vero,
era dentro il messaggio che accompagnava il momento di questa magica e povera spartizione.
Il nonno era li' per tutti noi , parti uguali e nobili della sua esistenza,
per noi si divideva e a noi si univa in un gesto semplice ma unico.
Non so' se riesco a trasferire quelle emozioni, non credo,
questi gesti , forse cosi' banali,
forse cosi' insignificanti per molti,
hanno radicato dentro di me una sorta di perpetuo rispetto per quell'uomo,
quell'uomo di cui la storia non vi racconto,
ma che è parte integrante della mia storia,
entrato con gesti semplici, con parole colme di sapienza
raccontate stando al davanzale di quella casa sugli orti.
La fatica della corsa mi risveglia dai pensieri,
in un sorriso dagli occhi lucidi, e mi dico fortunato,
Dio che esperienze, che sapori questi ricordi,
la vita và proprio vissuta , non passata,
vivere di momenti intensi che valgono come tutta una vita.
Oggi poi che non vedi altro che noia ed insoddisfazione negli occhi di chi,
non per colpa sua , ha tutto o quasi.
Ma forse ,
mentre corro mi dico, non e' colpa loro,
siamo noi, le nostre generazioni ad aver sbagliato tutto,
sterili, non siamo riusciti a creare qualcosa su cui poter aggrappare dei valori veri,
qualche valore basato sulle cose semplici
magari anche solo legato ad una zampa di gallina o confuso in un turbinio di ricordi,
di cui a volte ti ritrovi affollata la mente ,
mentre corri.
10月19日 sensazioniChi l'avrebbe mai detto,
alla soglia dei 50 anni chi l'avrebbe mai detto che avrei riassaporato le emozioni, le sensazioni , i piaceri che provavo 25 anni fà !
Mi stupisco ma al tempo stesso mi fà star maledettamente bene quel turbinio di sana vitalità che mi ritorna quando mi trovo, oggi,
nuovamente ad arrampicare in parete.
Forse perchè più di ieri, riesco ad estraniarmi ed a godere del puro piacere adrenalinico che da' l'essere a contatto con ciò che oltremodo amo nella mia vita, la montagna !
In tutte le sue forme, colori , profumi , come del godere di una donna , affascinato da tutto ciò che ella è e rappresenta, capace di stropicciarti l'anima con la sola forza del suo sguardo .
Non sò bene se in quei momenti sia io ad afferrarmi alla pietra oppure ella a trattenermi, poco importa perchè per ciò che cerco e che voglio basta il solo fatto che, in quelle ore, spariscano ogni tipo di timore, spariscano i pensieri negativi ed i dubbi, lasciando invece posto al rispetto per quella verticale passione che passa tra le dita delle mani, sotto i piedi e dentro gli occhi , il tutto appeso ad un filo che sfugge dalla vita e và verso il basso, verso la sicurezza , verso la terra.
Questo nuovo risveglio emozionale lo voglio dedicare a Bebe, che qualche giorno prima dell'andarsene mi chiese di arrampicare una volta insieme
... prima o poi lo faremo stanne certo , ma su altre montagne !
10月18日 che mondo sarebbe.....Che mondo sarebbe senza nutella,
questo recita uno slogan pubblicitario che di certo ha fatto breccia nelle nostre menti
dopo che il prodotto in causa, almeno una volta ha colpito di tutti noi il palato.
Che mondo sarebbe senza piaceri dico io,
un mondo di sofferenze, restrizioni e sacrifici,
ed invece siamo qui , tutti , sotto il benefico influsso delle pubblicità ,
che ci abbindolano e ci indirizzano all'arte del piacere,
e non dite che non è vero e che siete immuni ai loro messaggi,
messaggi che ci anticipano mediaticamente sapori celestiali e visioni paradisiache.
Sarebbe banale a questo punto pensare alle piaghe del nostro tempo,
a chi muore di fame , a chi non ha nulla, a chi a stento soppravvive,
in realtà ci sentiamo solo un pò fuori posto , siamo sinceri via,
siamo consapevoli dei mali del secolo ma limitati e inerti .
L'occidentalismo e' di certo fonte di benessere,
ma benessere efimero e sordo ,
che tace al cospetto degli spettri nascosti nel proprio armadio
pronto però a difendere a spada tratta la propria crociata evolutiva,
andando avanti con moto perpetuo su di un rullo compressore privo di senno .
Un po' come questo mio scrivere,
non chiedetemi il perchè di questa torbida ravanata serale,
io che rasento appena la capacità di mettere insieme due parole dal senso più o meno logico,
decido di mettermi qui a scrivere di simili questioni ,
e tutto per cosa,
per quel richiamo maledetto che la fame ora mi risveglia .................. la nutella
meno male che non ho debuttato con........ sette piani di morbidezza !!!!! chissà dove sarei finito !
( qui e' d'obbligo autoproclamarmi scemo )
COSE CHE NON CI SI PUO' CREDERE !!!!! 9月15日 presa in prestito....faccio bene a fingere
Il mio bisogno è tale, che fingo fin troppo
Sono solo, ma nessuno lo può dire.
Io sono un grande commediante
alla deriva nel mio mondo
Recito la mia parte, ma in realtà mi vergogno
e mi ritrovo a sognare tutto solo.
Troppo reale è questa sensazione di finzione
Troppo reale quando sento cosa il mio cuore può nascondere
Io sono un grande commediante
Ridente ed allegro come un clown
sembro essere quel che non sono
indosso il mio cuore come una corona
fingendo di essere cio' che non sono...... 9月6日 L'ultimo immortaleFinchè il sole brillerà in cielo e il deserto avrà sabbia
Finchè le onde si agiteranno in mare
e incontreranno la terra
Finchè ci sarà vento e le stelle e l'arcobaleno
Finchè le montagne non diventeranno pianure
Si, continueremo a provarci
A percorrere quella sottile linea
Continueremo a provarci si
Mentre passa il nostro tempo
Se c'e' un Dio o una specie di giustizia sotto il cielo
Se c'e' un punto fermo
Se c'e' una ragione per vivere o morire
Se c'e' una risposta alle domande che ci sentiamo obbligati a porci
Mostrati , distruggi le tue paure
togli la maschera.....
Grazie Freddie
8月14日 BebeCredevo ormai di dover convivere con i ricordi,
ricordi di un "papi cucu" ,
di dita piccoline alla ricerca di "ugia",
o di ciabattate a risvegliarti stanco ma sinceramente sorridente.
Invece l'irriverente magia della morte è accorsa ad illuminare i pensieri e a dar un senso alla vita.
E' vero, troppo presto e troppo giovane si è rivelata a te in quella notte,
lasciandoci qui un po più soli con molti pensieri ed inutili lacrime.
Pensieri di ciò che avrei potuto e dovuto essere di più per te,
pensieri su ciò che avrei dovuto fare con te e per te,
pensieri banali di una persona altrettanto banale che troppo spesso dimentica ciò che la vita e la morte insegnano.
Ma non è passato tempo che la magia della morte si è rivelata a dare ordine ai pensieri.
Ieri ella si è presentata in tutta la sua forza vitale, innalzando anime oltre le nuvole, oltre il ghiaccio , oltre la fatica ed i propri limiti,
unendole e rafforzandole nello spirito della tua vitale serenità.
Ed allora i sorrisi han preso il posto alle lacrime,
il passato è diventato presente e tutti abbiamo sentito che sei ancora qui con noi,
in quella magia lassù, oltre il cielo, le nuvole e con le parole di una canzone.........
......il resto Bebe, le sai da te !
7月27日 Ho pensato....quando mi prende l'esaltazione c'e' ben poco da fare....HO PENSATO...ma chi ?...IO ?....con due neuroni cerebrolesi che mi ritrovo il verbo pensare è sconosciuto......OUT OFF MEMORY.
basti pensare, voi che potete, al fatto che quando mia mamma mi ha regalato il primo dizionario Zanichelli, la pagina nella quale doveva essere contenuta la parola .....PENSARE....era stata tolta, dissero che tanto non era di mio dominio !....bhaaa !
Comunque era solo per dire che ho lasciato passare alcuni giorni da quel famoso 22...tanto per smorzare i termini euforici che in quel giorno si sono accumulati nei miei vuoti cerebrali e cosi' rinviare ad oggi le considerazioni su quelle emozioni.
Le foto che vi ho messo li sono alcune tra le 70 fatte, che pero' mi rendo conto non rndono doveroso merito a cio' che e' stata questa ascensione.
L'opuscolo citava.......la piu' lunga e la più allucinante via della Svizzera !..-- Questi benedetti sguizzeri dimenticano sempre i particolari di "contorno".....una ascesa rapida su un BIP di funivia da cardiopalma , stippati (30 poveri cristiani) come le auto in colonna sulla Salerno Reggio Calabria .
Per di piu' , segnalo l'elegante senso di ospitalità e rispetto che 4 esemplari della fauna "locale" di madrelingua tetesca , padre francese con zia italiana, alla mia richiesta ..." scusi, visto che voi quattro siete impantanati su questo passaggio, ci fareste mica cortesemente passare avanti ? "........frase che e' approssimativamente espressa in un italiano corrente e corretto, e alla qale il capobranco rispose teneramente ...NOO....
Ne scaturiva una sorta di processione, di via crucis verticale che arrivava all'ultimo passaggio chiave dove una scala s'inerpicava nel cielo per 50 metri circa e da sulla quale una tra i 4 sguizzeriformi ci disse semicortesemente.... "...NON PENZO SIA PENE STARE TUTTI ZU SGALA ..."
Al che con flemma partenopea e parte piemontese dissi.....io penzo che se non sali noi qui fare nait ...fare notte in inglese...!
Tutto questo per dire cosa infondo.....bhe , un grazie alla "COMPAGNIA DEL CUPET "......NOI DEGLI ANELLI CE FAMO UNA FAVA !!! 7月21日 E domani e' il 22meglio lasciare un messaggio hai posteri !
non sperate in eredità alcuna voi che qui entrate ...
ma domani scatta l'ora ics ( leggi ics )
Il Dauberorhn mi attende a parete aperta....e visti i 36 gradi odierni , il solo pensiero dei 13 gradi di temperatura media che mi attendono, ricavo da ciò una piccola , moderata sensazione di sollievo.
Ma non illudetevi, tornerò e vi mostrerò foto di un posto magico , di pace, emozioni e sana solitudine .
baci
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